Una sera di Settembre.

Nella notte tra martedì e mercoledì ho dormito due ore in tutto. Sono giornate piene di cose, di impegni, di pensieri. E così martedì sera non sono riuscita ad addormentarmi.

Alle due del mattino, sveglia come fosse mezzogiorno, mi son messa a studiare. E in effetti ha funzionato: verso le quattro lo studio delle pale d’altare settecentesche  mi ha causato un improvviso calo di palpebra, perciò mi sono ributtata a letto per le misere due ore che rimanevano e ho finalmente dormito.

Ieri paradossalmente ero sveglissima, deve essere l’adrenalina.

E così dopo l’ennesima giornata stracolma, anche se gli occhi mi pungevano per la stanchezza alle sei di sera sono montata in macchina e mi sono diretta verso Grado.

Grado è una cittadina d’estate, un paese d’inverno. In questa stagione di mezzo appena iniziata è un luogo sospeso a metà. Ho fatto due passi sul lungomare, il cielo era già rosa e le onde scure sapevano di freddo, sapevano d’autunno malgrado il sole in questi giorni sia ancora capace di scaldare parecchio.

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Sono stata assalita da un mucchio di ricordi sopiti da tempo. Le settimane con la nonna in un piccolo albergo che dava su una quieta stradina laterale, il profumo della rosticceria, il calore sfumato dell’ora di pranzo, quando dopo aver mangiato, nel fresco della stanza, mi abbandonavo al sonno profondo dei bambini. E ancora le passeggiate della sera, il sapore dei gelati ed i suoni della città giardino, tutta accesa per l’estate. Le gite invernali, in bicicletta sul lungomare con la sciarpa intorno al collo. O ancora le domeniche alla piscina termale, con i portachiavi morbidi e galleggianti che mi sembravano il gioco più bello del mondo. Dentro l’acqua, fuori dall’acqua, dentro l’acqua, fuori dall’acqua. L’odore di disinfettante, il caldo attraverso le vetrate e poi fuori il sole invernale che pizzicava sulla punta del naso, con gli aghi di pino ed i pinoli schiacciati sotto i piedi. La sagoma del Carso, al di là della laguna, e le lingue di terra allungate sul mare, all’orizzonte.

Ieri si respirava già l’autunno, la mia stagione preferita. Settembre, il mese in cui ancora ti concedi un tuffo, ma poi corri fuori dall’acqua alla ricerca di un asciugamano caldo in cui avvolgerti felice, rabbrividendo solo per le gocce che rotolano giù dalle gambe fino ad incassarsi nella sabbia umida.

Le stradine erano avvolte dal profumo leggero dei ristoranti di pesce, un odore di passaggio, non persistente come nelle serate estive. Qui e lì nelle piazzette, tra le case, tavolini illuminati e coppie anziane sedute con un bicchiere di vino, in attesa della cena. Una coppia giovane, lei bellissima e lui sorridente sulla propria sedia a rotelle, intenti a chiacchierare tra un boccone e l’altro. Il tintinnìo di bicchieri e posate via via più ovattato, nelle calli laterali deserte.

E poi il sole arancione, riflesso sulle pareti interne della basilica di Santa Eufemia, in cui sono entrata in silenzio per non disturbare la messa in corso. Fuori, sopra il campanile, mille storni in volo.

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Mi è presa una malinconia stupenda, un senso di gratitudine simile al colore dei tramonti sulla laguna.

Stanotte ho dormito benissimo.

Quaranta punti di domanda.

Quarant’anni fa un terremoto violentissimo scosse il Friuli. Era il 6 Maggio del 1976. Questa data è diventata con il tempo un simbolo, il vero spartiacque della storia regionale. L’esperienza della ricostruzione, guidata dal motto “Prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese”, è ancora oggi motivo di orgoglio per un popolo che ha saputo davvero rialzarsi dalle macerie, costruendo non solo quello che c’era prima del tragico evento, ma molto, molto di più.

Da povero che era, il Friuli è oggi una terra prospera, nonostante la crisi. Una terra di tradizione ed industria, di bellezza e gusto, per non parlare dei tesori d’arte e cultura che racchiude.

Qualche giorno fa mi sono recata a Udine per lavoro. La città è splendida, ricolma di gioielli attraverso i quali ripercorrere la storia della Repubblica di Venezia dal Quattrocento al Settecento.

Camminando attraverso il centro storico mi sono fermata per un attimo sotto la Loggia del Lionello, un capolavoro dell’architettura di sapore veneziano a cavallo tra il XV ed il XVI secolo. Disegnata da un orafo, la Loggia appare proprio come un enorme scrigno bianco e rosa, i soffitti in legno scuro e la pavimentazione a scacchi colorati.

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Ed ecco che lì, accanto all’immagine della Madonna con bambino del Pordenone, a due passi dalla scalinata palladiana, ho visto tre ragazzine sui sedici anni sedute per terra con i jeans strappati, i capelli piastrati, il trucco insolente ed il visetto imbronciato. In una mano reggevano una sigaretta, nell’altra il cellulare. Poco più in là sedeva un gruppo eterogeneo di ragazzi, più o meno giovani: capelli rasta, anelli al naso, sigarette rollate, colori arcobaleno. Ho captato qualche frase, l’argomento di conversazione tra una boccata di fumo ed un sorso di birra era l’esperienza spirituale di uno di loro in India.

Non mi sono trattenuta molto, ho dato però un’occhiata al termometro a spire bimetalliche che pende dal soffitto in legno della Loggia e mi sono chiesta se qualcuno di quei ragazzi avesse idea dello splendore di arte e scienza tutto attorno a loro, o se lo stessero dando per scontato (come peraltro ho fatto anche io fino a qualche anno fa).

Camminando per le strade sono rimasta abbagliata dalle mille vetrine luccicanti, incasellate nei vani di antichi palazzi secenteschi le cui facciate recano ancora traccia di affreschi e decorazioni stupende. Zara, H&M, Boggi, Tod’s, Sephora, o ancora mille caffetterie, ristorantini. Sui tavolini sparpagliati in Piazza San Giacomo era pieno di ghiotti taglieri e calici lucenti. A terra mozziconi di sigarette, bicchieri di plastica, scontrini stropicciati. Un’ordinaria domenica di scontata opulenza, malgrado le vacche non siano più grasse come un tempo.

A distanza di quarant’anni, ogni volta che da qualche parte la terra trema il Friuli ricorda con orgoglio il ’76. Ricorda (giustamente!) la forza e la dignità della propria gente, il senso di comunità e del lavoro attorno ai quali si era stretta e sui quali aveva ridisegnato, pietra su pietra, un’identità di cui andar fieri. Ma oggi – mi chiedo – di fronte ad un’emergenza saremmo capaci di fare altrettanto? O ci riveleremmo spauriti e fiaccati dalla ricchezza in cui siamo immersi, senza nemmeno rendercene conto, dimentichi dell’anima di questi luoghi?

Me lo sono chiesta annusando le scie di profumo delle signore griffate in via del Mercato Vecchio, guardando i capelli ondulati dei ragazzi seduti stravaccati nei bar, o le ragazzine dall’età indefinibile con in mano il cellulare e sacchetti di carta di noti marchi di vestiario. Me lo sono chiesta guardando gli uomini panciuti con la camicia semi aperta sul petto, la pelle abbronzata e le mani curate. Me lo sono chiesta guardandomi riflessa in una vetrina, io per prima così usa al benessere da potermi permettere senza sforzi il lusso di imparare.

Non credo che il passato fosse migliore, questo no. Ma mi sconcerta constatare che il benessere diffuso spesso non si è tradotto in un reale miglioramento culturale, in un senso di appartenenza più profondo, in una maggiore consapevolezza di ciò che abbiamo, ma solo in un’accessibilità cui spesso non attribuiamo alcun valore, perché è lì a disposizione. Una porta aperta su un mondo che non ci interessa scoprire o recuperare, perché pensiamo ci appartenga. E invece, mi dico, è sempre più lontano.

Hashtag #pippa

Non so se ho voglia di continuare a scrivere, a postare, a curare la realtà virtuale parallela. Scrivere è bello e disegnare ancora di più, tuttavia ultimamente disegno poco e quando scrivo tutto trasuda malinconia. Mi rendo conto che questo angolo è diventato quasi lo sgabuzzino dei lamenti, e non volevo che fosse così.

Sono stanca dei social, eppure fatico a staccarmene. Troppi gli amici lontani con i quali perderei inevitabilmente i contatti se non esistesse Facebook, per esempio. A volte mi dico che sarebbe giusto così.. sarebbe giusto perdersi, perché evidentemente è così che deve andare, a volte. In un mondo senza rete virtuale resiste solo ciò che è solido, si chiama selezione naturale. Invece adesso resistono anche le relazioni inconsistenti. “Non si sa mai”. E così finisce che sappiamo tutto, ma non sappiamo niente veramente. Sappiamo tutto quello di cui non ci importava.. almeno fino a quel momento. Lo scroll è il nuovo  equivalente del fissare il vuoto.

Ho sempre amato scattare fotografie, ma da quando ho uno smartphone sono diventata ossessiva. Non ricordo nemmeno com’era scattare una foto senza la possibilità di pubblicarla online. Ma per che cosa si scattava, una volta? E quanto di più si ricordava, una volta? Foto sbiadite e ricordi vivi. Oggi invece serbiamo foto nitide di momenti non vissuti.

Mi sento cerniera tra il mondo di prima e quello di oggi, e proprio a 25 anni dall’apertura del web mi ritrovo a tirare le somme del tempo perduto fissando uno schermo.

Tutto scorre.

Sono giornate di sole e temporali, dentro e fuori. Mi raggomitolo in questi luoghi senza tempo, dove mi sembra di non essere mai cresciuta. Gli odori, i rumori, la luce, la rugiada al mattino sono sempre uguali ai miei ricordi più antichi.

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Indosso le scarpe di ginnastica che usavo alle medie, quando giocavo a pallavolo e non mi facevo tanti problemi. Mi piacevano tanto e le ho usate tanto, così adesso sono sformate; le suole sono così lisce che se provo a correre rischio di scivolare. Ho anche delle vecchie tute, mi stanno ancora, ma tirano impietosamente sui fianchi. Stanno strette come i ricordi nella mente.

Sono solo i pensieri, come sempre sovrabbondanti, a darmi la misura del tempo che è passato da quando indossavo quei vestiti. I pensieri ed il fatto che ieri da uno scaffale della dispensa sia riemersa una confezione di Ringo scaduti nel 2006. Sì, l’ho aperta e no, non li ho mangiati. Ma il 2006 era l’anno del mio Erasmus e volevo misurare il tempo su qualcosa di concreto. Diciamo che sapevano di vecchio. Eppure il 2006 non sembra così lontano.

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Ogni sentiero diventa silenzioso dopo poche centinaia di metri. I boschi, i fiumi e le valli sono qui da tanto più tempo e mi accolgono indifferenti, non sembrano pensare. Tutto scorre ed io sono solo una di passaggio. È tutto molto bello, come sempre molto bello. Non stanca mai.

3.

Sounds from the past.

It’s August and I am sitting on the grass, in Berlin. I am alone with my thoughts. I have a camera, but no one who takes pictures of me.

Memories come back in black and white, just like the pics I took back then.

Oranienburgerstraße is a long street and it takes me a long time to walk it all. My legs hurt. I am alone and you don’t know you are there with me, somewhere in the middle of that intricated net of busy streets.

I sit on a bench in a green park, there is no one around. I take a picture of myself, almost a reminder of the fact that I exist even if not a single soul is thinking of me. Or at least, so it seems.

Alexanderplatz is huge and full of people. I have seen this place before. How many times did you see these same things, walking out of the underground and looking up in the sky? You seem to inhabit this place even today, in spite of being far away, far far away in many ways.

How many thoughts do we hide to the world?  How many times do we live in someone else’s dreams?