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(L’inizio e la fine di una parentesi a caso.)

Il tempo è circolare.

Rileggendo il mio diario ho scoperto che il 12 Aprile di un anno fa ero tornata a casa accarezzando un desiderio stupendo e spaventoso al tempo stesso. Hai presente quando desideri una cosa, ma è qualcosa che non conosci e quindi hai un po’ paura che accada? Ecco. Solo che la paura invece di respingerti ti attira.

Quest’anno il 12 Aprile l’ho passato con gli occhi asciutti e la sete fino alle cinque di sera. Quando mi sono svegliata, alle sei, la tensione accumulata in quest’anno era svanita, come in un sogno, e con lei sono evaporati anche tutti i dubbi degli ultimi mesi, le paure, gli interrogativi senza risposta.

È come se molte parentesi lasciate aperte in questi anni si fossero chiuse all’improvviso. A ripercorrerle ora, sembra quasi che abbiano un qualche senso nella formula assai più complessa della vita.

(Sai che cosa penso? Che se non ha un senso domani arriverà lo stesso.)

In due.

Sono giornate piene di cose da fare.

Corro dalla mattina alla sera, raramente mi fermo.

Ogni mattina però ho appuntamento con una manciata di secondi di quiete: il tragitto che compio in automobile mi porta regolarmente ad un collo di bottiglia, un restringimento di carreggiata per cui devo per forza fermarmi per qualche secondo ed attendere che le auto provenienti dalla direzione opposta transitino.

E lì li vedo, quasi ogni mattina.

Lui è alto, ha i capelli grigi ed indossa sempre degli occhiali scuri. Da giovane doveva essere imponente, ora cammina un po’ curvo, ingobbito dagli anni. Alle sette e cinquanta del mattino è già vestito bene, solo raramente l’ho visto con indosso una tuta grigia, ma sempre in ordine.

Il cane è un vecchio cane pastore. Da giovane doveva essere un gran bel cane. Lo è tuttora, ma oggi la sua figura un po’ impacciata tradisce la stanchezza dell’età. Il pelo è folto, color nero e caramello, il muso elegante. Un bellissimo pastore tedesco.

Camminano entrambi guardando a terra. O meglio: l’uomo guarda il cane, il cane guarda il marciapiede. Camminano vicinissimi e molto, molto lenti. Ad ogni passo l’uomo esita ed attende che il suo compagno di passeggiata lo segua. Il cane cammina con fatica, ma in tranquillità. Sembrano entrambi incuranti del traffico, del rumore che li circonda mentre percorrono insieme quel breve tratto in salita.

In quel tratto di strada pare che per entrambi la presenza dell’altro sia l’unica cosa che conta.

Li guardo sempre con il cuore che trabocca e la voglia di dire loro quanto sono belli insieme.

Marzo.

I primi giorni di Marzo sanno di pioggia e di sole. Mi ricordano – come sempre – le note tranquille di una canzone che mi piace tanto, sia nella versione che ho ascoltato oggi, sia nel duetto brioso di Elis Regina con Tom Jobim.

In alto nel cielo le nuvole si muovono pigre, scoprendo a tratti un sole già caldo.

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La natura si sta risvegliando, l’altopiano è pieno di bucaneve, pallidi fiori di crocus e piccole primule gialle. Anche io mi sento un po’ così, intorpidita dal sonno invernale eppure protesa verso il sole, come le gemme sui rami sottili delle forsizie.

Tutto cambia, eppure queste piccole cose riescono a farmi credere che nulla cambi mai veramente, o per sempre.

Passaggi.

La sera di San Valentino siamo andati fuori a cena. Non per festeggiare San Valentino, ma per passare finalmente una serata decente insieme, visto che ultimamente è già tanto se mangiamo alla stessa ora ed allo stesso tavolo. Però a tavola eri sovrappensiero, avevi lo sguardo un po’ perso e mi ascoltavi solo a metà.

Siamo tornati a casa. Appena varcato il portone ho capito che c’era qualcosa di strano perché la luce era accesa, il cane era dentro e soprattutto era solo. Ti ho chiesto dove fosse l’altro e mi hai risposto semplicemente “Non c’è più, amore”. Non mi hai nemmeno guardata, ma so che lo hai fatto solo perché quel giorno avevi già pianto abbastanza. Ho pianto tanto anche io. Quella sera mi sono addormentata pensando che non gli avevo nemmeno dato un’ultima carezza.

La mattina dopo era tutto così strano. Il cielo era limpido, gli uccellini saltellavano sul tetto, si sentiva la primavera nell’aria, e lui non c’era. Non c’erano quegli occhioni impiastricciati, il pelo dorato, quel suo zampettìo vivace a salutare le nostre giornate. Sono rimasta un po’ in sospeso tutto il giorno. Mi sono ritagliata un’oretta e ho camminato tanto. Le strade strette del Ghetto disegnavano sentieri geometrici nel cielo blu.

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All’ora del tramonto mi trovavo su una strada semi deserta, a metà tra il mare ed il Carso. Ho parcheggiato lo scooter sul ciglio della carreggiata e mi sono goduta cinque minuti di pace assoluta. L’orizzonte era quasi rosso, il cielo in alto invece di un blu notte. I rami formavano un disegno a trama di ragno e qui e lì le foglioline secche parlavano ancora di inverno. Eppure il cinguettio degli uccellini, l’aria fredda, i rumori della campagna già suggerivano l’avanzare della primavera. Il nostro bau l’ho salutato per sempre guardando il mare addormentarsi sereno, prima di rimettermi alla guida.

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Oggi in pausa pranzo sono andata a respirare un po’ di blu. Mi sono seduta a pochi passi da una spiaggetta. Piccole onde gentili luccicavano scivolando sui ciottoli. Un nonno con un bimbo piccolo giocava a pochi passi dall’acqua, i gabbiani danzavano nel cielo, un ragazzo seduto accarezzava il suo cane, dandomi le spalle.

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Si vive per questi momenti, credo.

Time machine.

Quante volte avete sentito dire “Happiness is real only when shared“? A volte penso che anche per i ricordi sia così.

Oggi un ascensore mi ha trasportata nuovamente in un luogo che non vedo da tanto tempo e che non vedrò mai più. A quanto pare gli ascensori sono macchine del tempo. Pochi secondi dilatati, sufficienti a ripercorrere un microcosmo di rumori, odori ed immagini che credevo di aver dimenticato.

La macchia scura sulla vernice verde chiara dell’ascensore. Il rumore metallico della porta.

La chiave gira nella fessura, fa leva sull’ingranaggio facendo ruotare la sbarra.

All’ingresso ci sono un appendiabiti e una specchiera con piccolo ripiano ed un cassetto. Il cassetto è chiuso male, dentro si intravede l’elenco telefonico. Il telefono in plastica rossa scura è appoggiato lì, proprio davanti allo specchio.

Con la coda dell’occhio catturo alla mia sinistra le piastrelle blu del bagno, la piccola lavatrice, il legno chiaro illuminato dalla finestra incastonata nel vano vasca. Un gatto siamese. C’è un leggero profumo di sapone.

A destra, una cucina minuscola. Un tavolo con tre sgabelli di corda, i fuochi, il frigo. Accanto alla finestra, un cesto di frutta ed un rotolo di carta applicato alla parete. Un sacco a sua volta pieno di sacchetti, vicino al termosifone. Sembra quasi di sentire lo sfrigolio dell’olio bollente nella padella. Svizzere e purè di patate.

Accanto alla cucina, una stanza color cipria. Un armadio a muro con un’anta sempre aperta a suggerire pile di asciugamani ordinatamente ripiegati, cuscino prediletto del gatto. La testata del letto, squadrata, in ottone dorato. La doppia finestra, con un’intercapedine che è quasi un mondo a se stante, un territorio cuscinetto tra il mondo fuori e questa stanza silenziosa. Spesso il gatto vi si rifugia e da lì guarda l’universo affannarsi. Una cassettiera con un’anta obliqua, scrigno di profumi, spazzole e piccole gioie.

Al lato opposto, una stanzetta luminosa, con un letto dal materasso morbido, ondeggiante su vecchie molle. Mi ricorda le dormite più dolci. Sul tavolo lì accanto ci sono una macchina da cucire con attorno tanti fili colorati ed un cesto con gli aghi da maglia. Un piccolo terrazzino dà sui tetti e sull’angusto cortiletto interno, un angolino pieno di luce e di rumori soffici interrotti ogni tanto dal tu-tuu-tu delle tortore.

Il soggiorno è ampio, con i divani scuri ed un’elegante poltrona d’angolo, illuminata da una lampada dal fusto in legno. Dietro, la grata lavorata del termosifone. Una televisione, il tavolino in vetro, le riviste di cucito e alle pareti dipinti con i colori autunnali del Carso. Oro, arancio e marrone. Due balconcini che danno sul traffico della strada. In uno dei due ogni anno nidificavano i colombi. Non avevi il coraggio di cacciarli ed io andavo di nascosto a spiare le uova. Dietro al muretto, il tavolo da pranzo,una porta sbarrata ed un piccolo carrello portavivande su cui è appoggiato un vecchio registratore portatile con i tasti grandi e squadrati.

È tutto molto silenzioso, tutto incredibilmente reale. Per un attimo penso che se allungassi la mano potrei toccare quel registratore.

Ma tutto questo non esiste più, se non nella fragile trama dei ricordi, e a volte mi chiedo che ne sarà di tutta questa vita quando un domani non ci sarà nessuno a ricordarla.