Hashtag #pippa

Non so se ho voglia di continuare a scrivere, a postare, a curare la realtà virtuale parallela. Scrivere è bello e disegnare ancora di più, tuttavia ultimamente disegno poco e quando scrivo tutto trasuda malinconia. Mi rendo conto che questo angolo è diventato quasi lo sgabuzzino dei lamenti, e non volevo che fosse così.

Sono stanca dei social, eppure fatico a staccarmene. Troppi gli amici lontani con i quali perderei inevitabilmente i contatti se non esistesse Facebook, per esempio. A volte mi dico che sarebbe giusto così.. sarebbe giusto perdersi, perché evidentemente è così che deve andare, a volte. In un mondo senza rete virtuale resiste solo ciò che è solido, si chiama selezione naturale. Invece adesso resistono anche le relazioni inconsistenti. “Non si sa mai”. E così finisce che sappiamo tutto, ma non sappiamo niente veramente. Sappiamo tutto quello di cui non ci importava.. almeno fino a quel momento. Lo scroll è il nuovo  equivalente del fissare il vuoto.

Ho sempre amato scattare fotografie, ma da quando ho uno smartphone sono diventata ossessiva. Non ricordo nemmeno com’era scattare una foto senza la possibilità di pubblicarla online. Ma per che cosa si scattava, una volta? E quanto di più si ricordava, una volta? Foto sbiadite e ricordi vivi. Oggi invece serbiamo foto nitide di momenti non vissuti.

Mi sento cerniera tra il mondo di prima e quello di oggi, e proprio a 25 anni dall’apertura del web mi ritrovo a tirare le somme del tempo perduto fissando uno schermo.

Tutto scorre.

Sono giornate di sole e temporali, dentro e fuori. Mi raggomitolo in questi luoghi senza tempo, dove mi sembra di non essere mai cresciuta. Gli odori, i rumori, la luce, la rugiada al mattino sono sempre uguali ai miei ricordi più antichi.

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Indosso le scarpe di ginnastica che usavo alle medie, quando giocavo a pallavolo e non mi facevo tanti problemi. Mi piacevano tanto e le ho usate tanto, così adesso sono sformate; le suole sono così lisce che se provo a correre rischio di scivolare. Ho anche delle vecchie tute, mi stanno ancora, ma tirano impietosamente sui fianchi. Stanno strette come i ricordi nella mente.

Sono solo i pensieri, come sempre sovrabbondanti, a darmi la misura del tempo che è passato da quando indossavo quei vestiti. I pensieri ed il fatto che ieri da uno scaffale della dispensa sia riemersa una confezione di Ringo scaduti nel 2006. Sì, l’ho aperta e no, non li ho mangiati. Ma il 2006 era l’anno del mio Erasmus e volevo misurare il tempo su qualcosa di concreto. Diciamo che sapevano di vecchio. Eppure il 2006 non sembra così lontano.

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Ogni sentiero diventa silenzioso dopo poche centinaia di metri. I boschi, i fiumi e le valli sono qui da tanto più tempo e mi accolgono indifferenti, non sembrano pensare. Tutto scorre ed io sono solo una di passaggio. È tutto molto bello, come sempre molto bello. Non stanca mai.

3.

Sounds from the past.

It’s August and I am sitting on the grass, in Berlin. I am alone with my thoughts. I have a camera, but no one who takes pictures of me.

Memories come back in black and white, just like the pics I took back then.

Oranienburgerstraße is a long street and it takes me a long time to walk it all. My legs hurt. I am alone and you don’t know you are there with me, somewhere in the middle of that intricated net of busy streets.

I sit on a bench in a green park, there is no one around. I take a picture of myself, almost a reminder of the fact that I exist even if not a single soul is thinking of me. Or at least, so it seems.

Alexanderplatz is huge and full of people. I have seen this place before. How many times did you see these same things, walking out of the underground and looking up in the sky? You seem to inhabit this place even today, in spite of being far away, far far away in many ways.

How many thoughts do we hide to the world?  How many times do we live in someone else’s dreams?

Gabbia.

Per due settimane mi sono lasciata cullare dal nulla. Dal rumore della risacca, dal suono delle cicale, dai sibili del vento. Dai colori accesi dell’estate.

Per due settimane non ho pensato nemmeno una volta – nemmeno una! – al luogo in cui quotidianamente spendo otto ore della mia vita. Non ho fatto granché, a parte vivere ogni minuscolo secondo di quel meraviglioso ozio.

Poi all’improvviso mi sono ritrovata catapultata nella realtà di tutti i giorni. Computer. Neon. Paranoie. Caldo appiccicoso. Malumori. Vuoto cosmico.

Da qualche giorno la mia mente si agita come un leone in gabbia, chiusa nella mia testaccia, a sua volta bloccata in questo posto mentre fuori tutto scorre. Qui no, qui dentro è tutto fermo. Così fermo da farmi arretrare. Sbiadiscono i ricordi delle vite passate, sembrano quasi non appartenere a me. Mi sento pervasa da un’inerzia pesante, simile ad un insidioso sonno.

In otto ore fatico a fare quel poco che devo fare.

Mi accartoccio su me stessa, fiaccata dal contrasto tra una mente iperattiva e la lentezza esasperante del mio corpo.

china polar bear mall

Ho letto poco tempo fa la storia triste di un orso in cattività, costretto a vivere in un ristretto spazio blu in un centro commerciale cinese. L’orso si chiama Pizza. Pizza ha lo sguardo spento di una creatura a cui è stato impedito di vivere una vita che possa definirsi tale. Si trascina da un lato all’altro della sua misera prigione, mentre fuori il mondo scorre. Pizza non ha scelta, può solo sperare che qualcuno riesca a conquistare per lui un futuro migliore. Guardo il suo sguardo triste con un nodo nello stomaco e penso che a differenza sua io posso scegliere, anche se questa gabbia è costruita così bene che sembra quasi un insulto pretendere di uscirne.

Guardo le pareti della stanza, il muro coperto d’edera fuori dalla finestra, il calendario di quest’anno a lato della scrivania. Ne ho scartati già sei. Così passano gli anni, così sono passati gli anni. Nella snervante attesa di una decisione che non può che dipendere da me. Mi è chiaro, adesso più che mai, che ho superato il limite oltre il quale l’inerzia diventa una colpa.

Luglio.

Il frinire delle cicale è costante, instancabile. Lo sento anche a distanza, mentre con i piedi a penzoloni guardo il mare scivolare sotto lo scafo bianco della barca. Il sole batte forte, è quasi mezzogiorno e la luce verticale illumina violentemente il verde mediterraneo della terraferma, l’erba gialla, il blu insolente dei flutti. Un faro si erge lontano, su un isolotto solitario. Provo ad immaginare come deve essere vivere lì, sotto il sole cocente e la pioggia salata, fino a stancarsi dell’aria salmastra e dello stridio degli uccelli marini. Guardo le ombre dei gabbiani volare sotto di loro: volteggiano scure sulla superficie increspata dell’acqua. Il tempo sembra arricciarsi anch’esso.

szandri - faro

Ha piovuto per un giorno intero. Il mare è ancora grigio di nuvole e si gonfia agitato sotto le raffiche violente del vento. Qui e lì, lungo il sentiero, si aprono delle ampie pozze di acqua salmastra. Le onde si infrangono violente contro la roccia, vaporizzando tutt’attorno una miriade di minuscoli cristalli di sale. Mi stringo nella felpa ed inspiro a fondo.

szandri onde e pioggia

Sono le tre. Lasciamo l’ombra in cui ci eravamo raccolti per pranzare e ci incamminiamo su un sentiero polveroso che pian piano ci conduce lontani dalle grida della spiaggia. Il mare è turchese, la sabbia è bianca. La musica delle baracche si spegne dietro ad una curva che profuma di legno caldo, aghi di pino, finocchio ed aglio selvatico. Una spiaggetta semi deserta di ciottoli bianchi si distende in poche centinaia di metri tra il mare aperto e la baia. L’acqua è gelida. Nel silenzio si sentono solo le cicale ed il suono scostante del vento.

szandri pomeriggio immobile

L’aria si fa più umida man mano che il sole si immerge nel mare, tondo come una lucente caramella all’arancia. Una musica allegra risuona in lontananza, attutita dal rumore discreto della natura di sera. Tutto sembra raccogliersi, prepararsi alla notte. Le cicale tacciono, il mare si placa, sopra di noi si accendono pian piano la luna e le stelle. Guardo il sole nascondersi dietro all’orizzonte scuro, finché anche l’ultimo bagliore si spegne. Cerchiamo i disegni nel cielo, aguzzando la vista, prima di cedere al sonno.

szandri - tramonto sul mare

Credo sia amore.

szandri - mare amore

La strada Costiera corre a picco sul mare, arroccata su falesie bianchissime. La avvolgono il blu del golfo ed un verde rigoglioso, dal profumo mediterraneo.

Guido con il finestrino abbassato; è Luglio, ma stanotte ha piovuto e l’aria è più fresca del solito. Ne ho bisogno perché ieri sera ho bevuto un po’ e non sono ancora del tutto sveglia. Si vede che sto invecchiando, non reggo più neanche un mojito: ho fatto fatica ad addormentarmi e alle sei e mezza mi sono alzata dal letto con gli occhi rossi.

Mi fermo dopo una curva, in una piazzola di sosta incassata in un terrazzo naturale.

Davanti a me si spalanca il golfo: blu, immenso. All’orizzonte si staglia nitido il profilo dell’Isola d’oro. Una canoa verde smeraldo galleggia sulla superficie increspata del mare, a pochi metri dalla riva. Al largo il vento imbianca le onde.

I rondoni si rincorrono cavalcando la brezza, sotto di me. Garriscono felici, o almeno così sembra a me, mentre appoggiata alla balaustra di metallo mi godo quest’attimo di pura bellezza.

Credo sia amore.

Per capriccio.

Qualche giorno fa un gabbiano è stato investito da una macchina sulla strada che porta da casa mia al lavoro. Giorno dopo giorno lo strato di materia sull’asfalto si è assottigliato e oggi le zampe erano solo una macchiolina gialla e bianca sul suolo nero. Questo è quello che rimane, una macchia calpestata dalle ruote.

C’è una cosa che mi impressiona moltissimo, ed è l’indifferenza alla vita.

Vita e morte sono indissolubilmente legate: non c’è vita senza morte, non c’è morte senza vita. Eppure nel mondo naturale ogni morte ha un suo posto, ogni violenza un suo crudele perché. Non nel nostro. Nel nostro mondo, a metà tra natura e artificio, la morte ha due volti: quello del rigetto (per la nostra) e quello dell’indifferenza (per quella altrui). Noi esseri “umani” non collochiamo nascita e morte in un ciclo. Ci poniamo al di fuori di esso e le percepiamo quindi come il principio e la fine di un percorso lineare, come facciamo peraltro con molte cose. Per questo forse non sappiamo più qual è il nostro posto.

Faccio spesso fatica a veicolare il mio sentire: per me ogni vita ha uguale dignità. Uccido vespe e zanzare senza rimorsi, di necessità, eppure mi impressiona sempre un po’ il pensiero di una vita che si spegne. Non riesco a fare distinzione di valore tra la mia e quella di una seppia, tra la mia e quella di un maiale. Dal momento che ognuno osserva dal proprio punto di vista, perché una seppia dovrebbe essere meno importante di me? Non c’è alcun occhio esterno che può giudicare, pertanto ogni vita è uguale di per sé. La seppia tiene alla propria come io tengo alla mia. Il maiale può soffrire come me, può avere paura come me, nasce e muore come me.

La scorsa settimana il lavoro mi ha portata a visitare un prosciuttificio industriale. Una visita interessante; forse qualche anno fa non ne sarei rimasta così impressionata e mi sarei semplicemente goduta il tagliere di crudo che ci hanno offerto al termine del giro. Invece sono uscita dallo stabilimento con addosso una spossatezza infinita. Nelle grandi sale bianche vengono lavorate ogni settimana settemila cosce di maiale. Arrivano in camion frigoriferi e vengono tagliate, salate, ventilate, ingrassate, marchiate, disossate, tagliate, pressate, affettate. Dopo tredici mesi finiscono sulle nostre tavole e su quelle di mezzo mondo. E devo ammettere che è un prosciutto buonissimo, una produzione di qualità che fa parte di una tradizione antica e affascinante, espressione del territorio, una vera e propria bandiera della nostra regione.

szandri - prosciutti

Eppure. Eppure oggi so che non può funzionare, non con una popolazione di sette miliardi e mezzo di persone, in continua crescita, sempre più improntata al consumo. Non può funzionare se in quelle zampe non sappiamo più vedere ciò che resta di un essere vivente. Quel che resta di migliaia di esseri viventi cresciuti in batteria. Se non riusciamo ad attribuire a quelle vite un senso che vada al di là del ciclo produttivo, per abbracciare quel ciclo vitale entro il quale la morte nutre la vita, e non il capriccio.

Un maiale da macello industriale vive al massimo un anno. Al massimo. Nasce per ingrassare e per morire, perché lo abbiamo deciso noi. Non c’è ciclo in questo gioco, non c’è vita, non c’è rispetto. La coscia costa caro perché oggi il resto della carne resta spesso invenduto, come se non valesse niente. Equivale a lasciare sul piatto, a buttare. Equivale a morire per niente, per capriccio.

Un mio conoscente ha un pitone enorme, chiuso in una teca di vetro. Temo i serpenti, ma provo tristezza al pensiero che quella bestia sarà riuscita ad allungarsi completamente solo quell’unica volta che è scappata dalla scatola in cui l’hanno rinchiusa, scatenando il panico. Da anni vive acciambellata in meno di due metri quadrati, cibandosi di topolini vivi che le vengono serviti attraverso un buco nella teca. I topolini si dimenano, ma non hanno scampo. Neanche una minima chance di sfuggire alla morte, perché lo abbiamo deciso noi. Per capriccio.

Che cosa voglio dire con questo post? Non lo so esattamente nemmeno io, sono sincera. Forse sono solo scossa dall’ennesima automobile che stamattina ha accelerato nei pressi di un piccione che attraversava la strada. La violenza fa parte della vita, ne sono consapevole, ma raramente in natura è fine a se stessa: si colloca nel mezzo. La nostra fa eccezione: è cieca ed egoista, sia verso gli altri esseri viventi, sia fra di noi.

Oggi va così.