Osservando.

Ovvero fumettini da scontrino e note a me stessa.

Ci sono cose a cui ho pensato molto ultimamente, cose che sapevo già, ma che mai come in queste ultime settimane mi sono state chiare. Quindi mi prendo qualche minuto per condividere le seguenti perle di saggezza.

PERLA NUMERO 1

Il vero problema, causa d’infelicità per molta gente al giorno d’oggi, è che ci si lamenta molto e si fa assai poco.

Questo vale per tutte le cose, dal microcosmo ufficio al macrocosmo società. Forse tutto sommato lamentarsi è più facile, anche se il lamento sottintende insoddisfazione, rabbia, frustrazione… ma a quanto pare ci piace essere insoddisfatti, rabbiosi, frustrati! Molto più di quanto crediamo.

szandri - il lamento fine a se stesso

PERLA NUMERO 2

Posticipare è spesso l’anticamera del rinunciare. 

Farò domani, farò la prossima settimana, farò… un giorno. Dalla dieta allo studio, dal lavoro alla vita. Una vita. Perché il tempo vola (tranne quando vorresti che volasse, chiaro)!

szandri - posticipo o ricetta per l'insuccesso

PERLA NUMERO 3 (la più importante!)

Quando finalmente agisci, tutto quel “fare” diventa molto più facile. (E anzi, ti domandi perché non hai cominciato prima!)

Cominciare è il passo più difficile in assoluto! Ma una volta creato il moto, procedere diventa più facile. Non facile, attenzione, ma più facile. E sicuramente più gratificante.

szandri - (ci) ho da fare

P.S. – Ultimamente sto scrivendo pochino perché ho bisogno di masticare e digerire quello che è successo negli ultimi due mesi. A volte sono così presa da non rendermi nemmeno conto di quello che faccio, giorno dopo giorno. Eppure ho bisogno di fare, di fare per lavare la mente, per non darmi il tempo di indugiare troppo a lungo nei pensieri, per curare la delusione. Funziona, anche se alla fine volendo fare tutto finisco col non fare mai abbastanza ed è per questo che il mio obiettivo per il prossimo mese è di fare meno, ma fare meglio. E soprattutto, di lamentarmi di meno e di smettere di posticipare!
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P.P.S. – Quella nei fumetti sono io, sempre io, auto-ritratta in fasi alterne della mia vita (che evidentemente tradiscono le mie personalità multiple).

Love.

La primavera è diventata quasi estate nel corso di una notte, mentre danzavamo sulle note degli anni 50 e 60 sulla stessa terrazza sulla quale abbiamo trascorso tante estati da bambine.

Ho lasciato che mi colorassero le labbra di fucsia e mi raccogliessero i capelli in un’acconciatura d’epoca, simile a quelle che le mie nonne portano sorridenti nelle foto in bianco e nero che ho a casa. Mi sono guardata allo specchio e stranamente mi sono piaciuta, con quelle labbra colorate e gli occhi grandi per i bicchieri ed il mascara.

Sul mare si raccoglievano nuvole scure l’altra sera, le si vedeva bene dalla terrazza dell’Ausonia, ma verso terra il cielo era ancora libero e l’aria era calda, per la prima volta tiepida sulle braccia e tra i capelli.

Abbiamo ballato e riso; siamo tornate a notte fonda, e per un attimo sono rimasta in macchina davanti a casa, aspettando che uno scroscio di pioggia tardivo si sfogasse sulla città. Mi fermo spesso in auto per qualche minuto, una volta spento il motore, soprattutto se alla radio passa la canzone giusta. Malinconia notturna.

Al mattino il mondo aveva il colore intenso di Maggio, e per la prima volta sono uscita al sole senza indossare un maglione ed era tutto così bello: i fiori, le rondini in alto nel cielo, il mare blu in lontananza, gli uccellini canterini fuori dalla finestra, le cime verdi e tenere degli alberi.

Le confidenze di questi giorni mi stordiscono e al tempo stesso, anche se non so perché, accendono nel cuore una piccola scintilla: vedo che tutto si muove, si assesta, si sposta e perde l’equilibrio… in cerca di equilibrio. Eppure quando mi fermo un attimo in tutto questo movimento, talvolta doloroso, percepisco una scomposta armonia.

Ieri pomeriggio ero in città, per la prima volta dopo tanto tempo non ero di fretta. Mi sono fermata lungo il viale alberato che attraversa il centro e mi sono seduta a bere una blanche, da sola. C’era un’aria leggera, preludio d’estate. Mi sono goduta un quarto d’ora di silenzio interiore.

A volte il nostro percorso è difficile da capire, sempre che abbia un senso. Forse siamo noi che in qualche modo dobbiamo provare a darglielo: scegliere le inquadrature, il punto di vista, la musica… ed il modo di raccontare la storia.

Vorrei.

Vorrei che sapessimo mostrarci tutti un po’ più deboli.

In questi giorni di pioggia tutto è grigio, umido e scomodo. Il traffico è isterico, prima me ne stavo seduta in macchina a guardare i grossi goccioloni che scivolavano sul parabrezza, accelerando, frenando, scalando le marce come un automa. Ho spento anche la radio: troppi rumori per i miei gusti, troppi stimoli.

Anche il mio umore è buio, si colloca in quella penombra umida delle mattine di pioggia, quando la sveglia suona e aprendo gli occhi pensi per un attimo di aver sbagliato l’impostazione dell’ora.

Questa mattina gli argini hanno ceduto e mi sono ritrovata a singhiozzare come una bambina, in ufficio. Detesto piangere di fronte agli altri, ma non ho potuto farci niente: le lacrime sono venute a galla, hanno inondato gli occhi, e a quel punto come fermarle?

Da due settimane la vita è tornata normale. Giorno dopo giorno lo stupore si allontana, lasciando vuoto quello spazio che piano piano aveva scavato dentro la mia mente e che non sapevo nemmeno di avere. A tratti me ne dimentico, poi invece qualcosa mi riporta lì e basta un niente per precipitare.

Per calmarmi mi sono fatta una tisana, la bustina me l’ha data una collega e sulla piccola linguetta di carta c’è scritto “There is nothing more precious than self-trust“. Il sapore mi ha riportata per un attimo a Bruxelles, perché dove lavoravo c’era sempre lo Yogi Tea per tutti e ricordo chiaramente le lunghe giornate passate in quello spazio magico, una vecchia fabbrica di cioccolata con dei finestroni immensi e tanta gente strana, interessante. Con molte di quelle persone non ho mai parlato, con alcune sì. Ma della maggior parte di loro ho un mero ricordo di facciata.

Non è facile mostrarsi deboli, aprirsi agli altri.

Ieri mentre guidavo un Ape 50 verde mi ha tagliato la strada. Ho suonato il clacson, ero arrabbiata, poi nel superare il piccolo veicolo ho visto che al volante c’era un signore anziano un po’ sbilenco. I nostri occhi si sono incrociati brevemente e subito la rabbia si è sgonfiata, è volata via come l’aria da un palloncino bucato. Non lo so, qualcosa nel suo sguardo mi ha suggerito che non si era reso conto di avermi tagliato la strada. Chissà a che cosa stava pensando.

Una settimana fa un signore che conosco appena mi ha fatto una confidenza dolorosa, lasciandomi per qualche minuto lì impacciata, a rigirarmi tra le mani una verità che avrei preferito ignorare. Mentre tentavo di darmi un contegno ho visto che scriveva un messaggio, ed era tutto un susseguirsi di cuori ed emoticon infantili. Ho immaginato per chi fosse quel messaggio, ed in quelle dita tozze che digitavano incerte sullo schermo del cellulare ho intravisto tutto il dolore e contemporaneamente tutto l’amore del mondo.

Il dolore degli altri fa male anche a noi, mi sono detta, perché spesso non sappiamo come comportarci. E forse ci siamo abituati al fatto che tendenzialmente le debolezze si nascondono, quasi fossero difetti. La facciata è sempre sorridente, soprattutto oggi, in questo mondo social in cui il like diventa facilmente misura del nostro valore.

Invece penso che ci scopriremmo tutti più vicini e più simili, se solo sapessimo condividere senza troppa vergogna anche i nostri limiti e con essi lo scoramento, le paure, il dolore. Aiuterebbe certamente a lavare via il lato oscuro di queste emozioni, ad elaborarle ed a ripulire l’anima, rendendoci più forti.

C’è un mondo al di là di ogni facciata, ed è fatto di tutte le sfumature di sole e di pioggia capaci di dar vita agli arcobaleni.

12/4

(L’inizio e la fine di una parentesi a caso.)

Il tempo è circolare.

Rileggendo il mio diario ho scoperto che il 12 Aprile di un anno fa ero tornata a casa accarezzando un desiderio stupendo e spaventoso al tempo stesso. Hai presente quando desideri una cosa, ma è qualcosa che non conosci e quindi hai un po’ paura che accada? Ecco. Solo che la paura invece di respingerti ti attira.

Quest’anno il 12 Aprile l’ho passato con gli occhi asciutti e la sete fino alle cinque di sera. Quando mi sono svegliata, alle sei, la tensione accumulata in quest’anno era svanita, come in un sogno, e con lei sono evaporati anche tutti i dubbi degli ultimi mesi, le paure, gli interrogativi senza risposta.

È come se molte parentesi lasciate aperte in questi anni si fossero chiuse all’improvviso. A ripercorrerle ora, sembra quasi che abbiano un qualche senso nella formula assai più complessa della vita.

(Sai che cosa penso? Che se non ha un senso domani arriverà lo stesso.)

In due.

Sono giornate piene di cose da fare.

Corro dalla mattina alla sera, raramente mi fermo.

Ogni mattina però ho appuntamento con una manciata di secondi di quiete: il tragitto che compio in automobile mi porta regolarmente ad un collo di bottiglia, un restringimento di carreggiata per cui devo per forza fermarmi per qualche secondo ed attendere che le auto provenienti dalla direzione opposta transitino.

E lì li vedo, quasi ogni mattina.

Lui è alto, ha i capelli grigi ed indossa sempre degli occhiali scuri. Da giovane doveva essere imponente, ora cammina un po’ curvo, ingobbito dagli anni. Alle sette e cinquanta del mattino è già vestito bene, solo raramente l’ho visto con indosso una tuta grigia, ma sempre in ordine.

Il cane è un vecchio cane pastore. Da giovane doveva essere un gran bel cane. Lo è tuttora, ma oggi la sua figura un po’ impacciata tradisce la stanchezza dell’età. Il pelo è folto, color nero e caramello, il muso elegante. Un bellissimo pastore tedesco.

Camminano entrambi guardando a terra. O meglio: l’uomo guarda il cane, il cane guarda il marciapiede. Camminano vicinissimi e molto, molto lenti. Ad ogni passo l’uomo esita ed attende che il suo compagno di passeggiata lo segua. Il cane cammina con fatica, ma in tranquillità. Sembrano entrambi incuranti del traffico, del rumore che li circonda mentre percorrono insieme quel breve tratto in salita.

In quel tratto di strada pare che per entrambi la presenza dell’altro sia l’unica cosa che conta.

Li guardo sempre con il cuore che trabocca e la voglia di dire loro quanto sono belli insieme.

Marzo.

I primi giorni di Marzo sanno di pioggia e di sole. Mi ricordano – come sempre – le note tranquille di una canzone che mi piace tanto, sia nella versione che ho ascoltato oggi, sia nel duetto brioso di Elis Regina con Tom Jobim.

In alto nel cielo le nuvole si muovono pigre, scoprendo a tratti un sole già caldo.

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La natura si sta risvegliando, l’altopiano è pieno di bucaneve, pallidi fiori di crocus e piccole primule gialle. Anche io mi sento un po’ così, intorpidita dal sonno invernale eppure protesa verso il sole, come le gemme sui rami sottili delle forsizie.

Tutto cambia, eppure queste piccole cose riescono a farmi credere che nulla cambi mai veramente, o per sempre.

Passaggi.

La sera di San Valentino siamo andati fuori a cena. Non per festeggiare San Valentino, ma per passare finalmente una serata decente insieme, visto che ultimamente è già tanto se mangiamo alla stessa ora ed allo stesso tavolo. Però a tavola eri sovrappensiero, avevi lo sguardo un po’ perso e mi ascoltavi solo a metà.

Siamo tornati a casa. Appena varcato il portone ho capito che c’era qualcosa di strano perché la luce era accesa, il cane era dentro e soprattutto era solo. Ti ho chiesto dove fosse l’altro e mi hai risposto semplicemente “Non c’è più, amore”. Non mi hai nemmeno guardata, ma so che lo hai fatto solo perché quel giorno avevi già pianto abbastanza. Ho pianto tanto anche io. Quella sera mi sono addormentata pensando che non gli avevo nemmeno dato un’ultima carezza.

La mattina dopo era tutto così strano. Il cielo era limpido, gli uccellini saltellavano sul tetto, si sentiva la primavera nell’aria, e lui non c’era. Non c’erano quegli occhioni impiastricciati, il pelo dorato, quel suo zampettìo vivace a salutare le nostre giornate. Sono rimasta un po’ in sospeso tutto il giorno. Mi sono ritagliata un’oretta e ho camminato tanto. Le strade strette del Ghetto disegnavano sentieri geometrici nel cielo blu.

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All’ora del tramonto mi trovavo su una strada semi deserta, a metà tra il mare ed il Carso. Ho parcheggiato lo scooter sul ciglio della carreggiata e mi sono goduta cinque minuti di pace assoluta. L’orizzonte era quasi rosso, il cielo in alto invece di un blu notte. I rami formavano un disegno a trama di ragno e qui e lì le foglioline secche parlavano ancora di inverno. Eppure il cinguettio degli uccellini, l’aria fredda, i rumori della campagna già suggerivano l’avanzare della primavera. Il nostro bau l’ho salutato per sempre guardando il mare addormentarsi sereno, prima di rimettermi alla guida.

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Oggi in pausa pranzo sono andata a respirare un po’ di blu. Mi sono seduta a pochi passi da una spiaggetta. Piccole onde gentili luccicavano scivolando sui ciottoli. Un nonno con un bimbo piccolo giocava a pochi passi dall’acqua, i gabbiani danzavano nel cielo, un ragazzo seduto accarezzava il suo cane, dandomi le spalle.

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Si vive per questi momenti, credo.