Time machine.

Quante volte avete sentito dire “Happiness is real only when shared“? A volte penso che anche per i ricordi sia così.

Oggi un ascensore mi ha trasportata nuovamente in un luogo che non vedo da tanto tempo e che non vedrò mai più. A quanto pare gli ascensori sono macchine del tempo. Pochi secondi dilatati, sufficienti a ripercorrere un microcosmo di rumori, odori ed immagini che credevo di aver dimenticato.

La macchia scura sulla vernice verde chiara dell’ascensore. Il rumore metallico della porta.

La chiave gira nella fessura, fa leva sull’ingranaggio facendo ruotare la sbarra.

All’ingresso ci sono un appendiabiti e una specchiera con piccolo ripiano ed un cassetto. Il cassetto è chiuso male, dentro si intravede l’elenco telefonico. Il telefono in plastica rossa scura è appoggiato lì, proprio davanti allo specchio.

Con la coda dell’occhio catturo alla mia sinistra le piastrelle blu del bagno, la piccola lavatrice, il legno chiaro illuminato dalla finestra incastonata nel vano vasca. Un gatto siamese. C’è un leggero profumo di sapone.

A destra, una cucina minuscola. Un tavolo con tre sgabelli di corda, i fuochi, il frigo. Accanto alla finestra, un cesto di frutta ed un rotolo di carta applicato alla parete. Un sacco a sua volta pieno di sacchetti, vicino al termosifone. Sembra quasi di sentire lo sfrigolio dell’olio bollente nella padella. Svizzere e purè di patate.

Accanto alla cucina, una stanza color cipria. Un armadio a muro con un’anta sempre aperta a suggerire pile di asciugamani ordinatamente ripiegati, cuscino prediletto del gatto. La testata del letto, squadrata, in ottone dorato. La doppia finestra, con un’intercapedine che è quasi un mondo a se stante, un territorio cuscinetto tra il mondo fuori e questa stanza silenziosa. Spesso il gatto vi si rifugia e da lì guarda l’universo affannarsi. Una cassettiera con un’anta obliqua, scrigno di profumi, spazzole e piccole gioie.

Al lato opposto, una stanzetta luminosa, con un letto dal materasso morbido, ondeggiante su vecchie molle. Mi ricorda le dormite più dolci. Sul tavolo lì accanto ci sono una macchina da cucire con attorno tanti fili colorati ed un cesto con gli aghi da maglia. Un piccolo terrazzino dà sui tetti e sull’angusto cortiletto interno, un angolino pieno di luce e di rumori soffici interrotti ogni tanto dal tu-tuu-tu delle tortore.

Il soggiorno è ampio, con i divani scuri ed un’elegante poltrona d’angolo, illuminata da una lampada dal fusto in legno. Dietro, la grata lavorata del termosifone. Una televisione, il tavolino in vetro, le riviste di cucito e alle pareti dipinti con i colori autunnali del Carso. Oro, arancio e marrone. Due balconcini che danno sul traffico della strada. In uno dei due ogni anno nidificavano i colombi. Non avevi il coraggio di cacciarli ed io andavo di nascosto a spiare le uova. Dietro al muretto, il tavolo da pranzo,una porta sbarrata ed un piccolo carrello portavivande su cui è appoggiato un vecchio registratore portatile con i tasti grandi e squadrati.

È tutto molto silenzioso, tutto incredibilmente reale. Per un attimo penso che se allungassi la mano potrei toccare quel registratore.

Ma tutto questo non esiste più, se non nella fragile trama dei ricordi, e a volte mi chiedo che ne sarà di tutta questa vita quando un domani non ci sarà nessuno a ricordarla.

(…)

Negli ultimi giorni mi ritrovo ammutolita.

Mi sento quasi in colpa (anzi, senza quasi) per aver sorriso, pochi giorni fa, alla lettura dei consigli su come affrontare il gelo. Per carità, l’articolo era obiettivamente ridicolo, però in mezzo a tante stupidaggini c’era anche la voce emergenza, e purtroppo l’emergenza – quella vera – si è presentata.

Mi sono venuti i brividi ascoltando le parole del sindaco di Amatrice: “Non so che male abbiamo fatto a Cristo, però sono convinto che tante persone stiano pregando per noi. Io sto qui, non si molla più un centimetro, credo fortemente che dopo la notte viene sempre il sole. Pensiamo sempre nel momento estremo che siamo uomini e donne fortunati, perché altri amici ci hanno abbandonato”.

L’inchiostro virtuale in questi giorni è secco. Oggi ho solo bisogno di mettere nero su bianco che questo nostro Paese così bello si meriterebbe più attenzione, più cura, più cuore, e non solo nel disgraziato momento dell’emergenza, non solo grazie alle braccia ed agli sforzi di chi – invisibile – lavora davvero per la collettività.

Non so se credo ed in che cosa credo, ma in questi giorni prego anche io.

Dedica.

La luce del mattino inondava la stanza.

Ricordo la grande finestra, il pavimento in legno chiaro, la stufa, il soffitto alto e bianco. Ricordo che eravamo distesi vicini, supini, e che tu tenevi le braccia raccolte sotto la testa. Guardavi il soffitto, mentre io guardavo te.

Ricordo che mi facesti una domanda a cui io risposi senza esitazione. D’altra parte, era così evidente. Sarebbe stato inutile mentire, e poi perché avrei dovuto?

Con gli occhi incollati al soffitto mi dicesti una frase che non ho mai dimenticato, chissà perché. Solo dopo anni l’ho ritrovata in una canzone, e così ogni volta che la ascolto ripenso a te e a quella luminosa mattina d’autunno.

You are a china shop and I am a bull.
You are really good food and I am full.

Passeggiata mattutina.

Fuori è scuro, il cielo è gonfio di pioggia.

Il traffico si snoda come un esercito di lucciole sulle strade scivolose. Stranamente però tutto è abbastanza tranquillo e scorrevole, forse perché stamattina sono uscita prima del solito. Per una ritardataria cronica come me, la cosa ha dell’incredibile.

Parcheggio, prendo l’ombrello e mi dirigo verso l’ufficio. Ho un po’ di tempo; cammino veloce, ma non tanto da non riuscire a bearmi delle piccole vedute che si aprono di scorcio agli angoli delle strade.

La città è intorpidita dal sonno, sembra quasi stiracchiarsi pigra verso il mare.

Il teatro romano è ancora illuminato dai lampioni; la luce gialla delle lampadine contrasta fastidiosamente con il grigio plumbeo delle nuvole. Due gabbiani volano piano disegnando grandi cerchi nel cielo, tra le case arroccate sul lato del colle e le rovine.

Il Borgo Teresiano di fronte a me è un intreccio ordinato di strade. Ogni linea si allunga fino a toccare i bordi del ripido pendio che porta al Carso, sui fianchi del quale si arricciano i cumuli scuri portati dal vento. Ad ogni intersezione guardo a sinistra, verso il mare, dove le vie sembrano silenziosamente andare a morire.

Gli ornamenti natalizi ancorati a piani alti dei palazzi, residui grigi delle feste, ondeggiano piano. Mi fermerei per fotografare i mosaici di San Spiridione incorniciati in una stella spenta, ma comincia ad essere tardi ed allungo il passo.

Il cielo è più luminoso adesso, le nuvole si rincorrono alte e le guardo riflettersi distratte nell’acqua scura del canale di Ponterosso. Dopo giorni di freddo intenso, oggi l’aria è tiepida e satura di umidità; non ha neanche senso aprire l’ombrello perché non sta davvero piovendo, la città sembra essere sotto il tiro di un nebulizzatore.

Nonostante il grigiume, fuori da una piccola caffetteria siedono diverse persone. Si sente un chiacchiericcio vivace e passando colgo qualche parola, una risata. All’interno il locale è illuminato, la porta a vetri si apre e vedo qualcuno uscire reggendo un vassoio con due capi in B. Pian piano il centro si risveglia.

Mi specchio nella vetrina solo per constatare che i miei capelli si sono trasformati in un ammasso disordinato e crespo; per fortuna ho con me un elastico che mi restituirà un aspetto presentabile per il resto della giornata. Accelero.

Oggi incredibilmente arrivo puntuale.

Grande gelo.. what?

Con il nuovo anno è arrivato anche il freddo. Contrariamente a molti, io sono contenta di dover indossare i guanti e la sciarpa, di avere le mani rovinate ed il naso rosso, di vedere il fiato caldo condensarsi in uno sbuffo al contatto con l’aria gelida.

Che poi insomma, “gelida”.. qui da noi si parla di pochi gradi sotto o sopra lo zero. E a dirla tutta, se escludiamo le atipiche nevicate a sud ed il freddo che disgraziatamente attanaglia le zone terremotate, ponendo uomini ed animali in un’oggettiva situazione di emergenza, si tratta semplicemente (e finalmente) di inverno. Una stagione fredda, scomoda, dura.. ma da sempre.

I titoli sensazionalistici dei giornali e le assurdità che leggo in questi giorni (ad esempio il “Vademecum per il grande freddo” pubblicato da La Repubblica, presumo ad uso e consumo di chi l’inverno lo vede solo attraverso il cellulare ed i filtri Instagram – cito: “Zero gradi. É la temperatura a cui inizia a formarsi il ghiaccio”; ma che davvero?!) mi hanno fatto venire in mente un video del 2012, precisamente un audio di Paolo Rumiz, che dall’Abruzzo ricoperto di “panna montata” ricordava gli inverni di trenta, quaranta, cinquanta anni fa, quando buona parte dell’Italia non aveva dimenticato di essere anche un paese di montagna e di dover gestire la stagione più fredda con razionale organizzazione ed una progettazione lungimirante. Meno chiacchiere, più fatti – verrebbe da dire – ché le parole da sole servono a poco.

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Pare quasi che i media (e lo Stato) ignorino la realtà quotidiana dei piccoli borghi incastonati negli Appennini e nelle Alpi, dove è tuttora necessario attrezzarsi autonomamente per far fronte alle avversità climatiche, con l’aggravante dell’inadeguatezza tecnologica e del sostanziale disinteresse del centro nei confronti della periferia,  una disattenzione che ai giorni nostri è davvero ingiustificabile. D’altra parte ricordo io stessa la nevicata che qualche anno fa aveva messo in ginocchio il Cadore; anche in quel caso, a leggere i giornali pareva che l’emergenza interessasse solo l’opulenta Cortina ed i suoi vip, alcuni dei quali per l’occasione avevano rilasciato commenti esilaranti. Ma Cortina è solo un grande nome che oscura tutto un territorio lasciato a se stesso, vittima – prima ancora che dei capricci meteorologici – dell’incuria che inevitabilmente si accompagna all’abbandono, al progressivo isolamento, alla marginalizzazione nella discussione politica. Paradossalmente, vittima anche del “progresso” (per fare un esempio stupido, quell’anno chi non aveva una stufa a legna aveva dovuto lasciare la propria casa).

Quest’anno quassù la neve ed il freddo non stanno (ancora) facendo danni. Il problema è un altro: la neve per ora ha imbiancato il sud Italia e non ha purtroppo risparmiato i paesi del centro, già in grave difficoltà a causa del sisma, ma ha evitato accuratamente (fatta eccezione per qualche sporadico fiocco) le nostre belle Alpi Giulie e Carniche, in cui la fanno da padrone i prati gialli, l’erba secca ed i cieli azzurri. Un bel guaio per albergatori ed operatori turistici, anche se le piste da sci sono imbiancate e fanno quasi impressione, così candide in mezzo alle inconsuete palette di giallo, verde e marrone che sfoggiano i monti tutt’intorno. D’altra parte – mi dico – dovremo abituarci.

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Io – fedele al mio proposito di guardare positivamente alla realtà – mi sono goduta gli ultimi giorni di ferie respirando aria buona (e fredda!) a zonzo tra boschi silenziosi e pendii deserti, pattinando sul ghiaccio (quello non manca) e leggendo accanto al fuoco.

Chissà che non serva ad attutire il colpo del rientro in ufficio, e soprattutto a calmare i miei tic nervosi alla lettura dei titoli dei giornali.