Libri aperti.

In una qualche misura mi inquieta leggere sui visi delle persone che conosco l’incessante avanzare del tempo. Pian piano (molto piano, molto molto piano) ci si abitua – o forse ci si semplicemente rassegna – a veder invecchiare chi amiamo: in nostri nonni, i nostri genitori, gli amici di famiglia. Ma a volte capita che io guardi di sfuggita foto dei miei coetanei ed ecco che d’improvviso sussulto, sorpresa di scorgere in loro quegli stessi tratti rubati di nascosto ai vecchi seduti negli autobus, in fila in banca, seduti al caffè.

Improvvisamente mi guardo allo specchio e cerco anche in me i segni dell’avanzare inesorabile degli anni. La quotidianità appiattisce l’immagine riflessa, ma non tanto da impedirmi di ritrovare da qualche parte, in qualche modo (e quasi mai dove mi sembrerebbe logico!) il sorriso di mia nonna, la sensibilità di mio padre, l’insicurezza di mia madre. E le fossette sulle guance, quelle sì sempre lì, che ammorbidiscono il sorriso.

Sarà che ci assomigliamo tutti, in fin dei conti. Sarà che è solo una mia assurda ossessione, quella di rovistare i visi altrui alla ricerca di quello che furono, attratta da uno sguardo che ancora illumina la pelle raggrinzita, o da lineamenti che tradiscono una bellezza ormai sfumata, o ancora da rughe che suggeriscono passati da esplorare. Sarà che i nostri volti sono mappe del vissuto, i tratti addolciti dall’amore o induriti dalla rabbia, gli occhi luminosi di speranza o spenti nella rassegnazione, le rughe scavate dai sorrisi o dal dispiacere.

E poi lo sguardo. Quel guizzo inafferrabile. Quell’enigma che non riuscirò mai a scomporre a tal punto da carpirne il segreto.

E sarà poi che la vita è davvero così breve da non darci il tempo di capire quand’è che il nostro volto comincia a tradire il vissuto, le aspettative, le paure, le soddisfazioni, gli orgogli e le vergogne. A suggerirli a chiunque provi a leggerli, magari annoiato su un autobus, come fossero libri.

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