Pensieri.

Linko e riporto di seguito un post scritto altrove, perchè sto ancora masticando, digerendo, processando la bellissima esperienza fatta in capo al mondo.

Sono rientrata da quasi un mese ormai da un viaggio breve, ma a dir poco intenso. Un viaggio all’altro capo del mondo che mi ha lasciato emozioni, immagini, impressioni tutte ancora da rielaborare.

E ce ne sono, di cose da rielaborare.

Non sapevo quasi nulla del Sudafrica, se non che è immenso. Ed infatti lo è: chilometri e chilometri di spazi sconfinati in cui si alternano montagne selvagge, pianure fertili o desertiche, vigneti rigogliosi, coste frastagliate, scavate dai capricci delle onde oceaniche.

Paesaggi da togliere il fiato, insomma, con colori così intensi da non aver bisogno di filtri fotografici per mostrarsi in tutta la loro bellezza.

Eppure ciò che colpisce più di ogni altra cosa, in Sudafrica, è la vita. Vita nelle migliaia di piante, vita nel respiro potente del vento, vita nei cieli ricolmi di stelle, vita nelle nuvole gonfie di pioggia e nel sole che scotta, vita nell’incredibile varietà di animali lasciati liberi di scorrazzare all’aria aperta, lontani dal loro nemico numero uno: l’uomo.

Per tre giorni ci immergiamo nella natura più selvaggia, gli occhi colmi di stupore come i bambini di fronte a ciò che non conoscono, ciò che nella sua grandezza meraviglia e spaventa insieme. Ed è davvero così, perché per la prima volta tra noi e il resto dell’universo non ci sono vere barriere.

La nera notte è illuminata dalle stelle più belle che io abbia mai visto: frughiamo con gli occhi nel buio, drizziamo le orecchie, spaventati da rumori che non conosciamo, improvvisamente vigili. Per quanto tempo – mi domando di fronte a questa sensazione di essere in balìa di ciò che non comprendo – abbiamo lasciato impigrire i nostri sensi?

Le nuvole si muovono pigramente nel cielo del mattino, il paesaggio cambia forma e colore attorno a noi, per chilometri viaggiamo in un silenzio rotto solo dal rumore del fuoristrada e da qualche fruscio. Eppure siamo osservati, c’è vita ovunque: sotto di noi, tra le fronde degli alberi, negli specchi d’acqua, nel rosso della terra, dove il nostro occhio poco allenato a stento riesce ad intravedere il movimento lesto di un airone, la corsa dell’antilope, il ruminare di un bufalo, il sonno del leone.

Ed improvvisamente dalla nuvole basse raccolte alla base di una collina li vediamo spuntare: un branco di elefanti si avvicina lentamente a noi, che rimaniamo a bocca aperta nel veicolo muto. Si sentono solo i passi pesanti dei bestioni sulla terra umida, le orecchie immense che sbattono sul dorso alzando nuvole di polvere grigia. Ci passano a un metro, allungano le proboscidi e ci annusano, per poi proseguire nel loro cammino. Dove vanno? Chi lo sa. Quando spariscono dietro alla collina mi rendo conto che ho trattenuto il fiato per tutto il tempo, e scoppio a piangere. Per quanto tempo – mi dico, scossa dalla sensazione inusuale di essere un elemento totalmente estraneo – abbiamo creduto di essere il centro di tutto?

Le nuvole evaporano piano, lasciando spazio al sole caldo della primavera australe. Con la luce piena del giorno mi sento più tranquilla, libera di studiare con gli occhi quel che accade intorno a noi. Ed ecco che in una distesa d’erba scorgiamo qualcosa: prima è un piccolo puntino grigio, man mano che ci avviciniamo diventa grande, sembra un’immensa roccia. Poi ecco che l’inganno si dissolve, la roccia è pelle ruvida, si muove piano, sembra una creatura preistorica, che cos’è? Ecco che si volta, e spunta il corno immenso di un rinoceronte. Peserà qualche migliaio di chili – ci dice la guida, eccitata quanto noi alla vista dell’immenso animale che nel frattempo è tornato a masticare pacificamente, ritenendoci a quanto pare poco interessanti. Ed ecco che qualcosa si muove ai suoi piedi; vorrei gridare “è il cucciolo!”, ma mi trattengo. Siamo tutti emozionati. Il piccolo ha il nasino arrotondato, il corno ancora non c’è. Ci fissa un po’, si avvicina alla madre, poi si abbandona nuovamente tra i fili d’erba e continua a sonnecchiare.

Rimaniamo a fissarli in silenzio per minuti che si dilatano allo sproposito mentre la guida ci sussurra storie che preferirei non sentire: storie di bracconieri armati, che non si fermano di fronte a nulla, pronti a tutto pur di impadronirsi del prezioso avorio degli elefanti e del corno dei rinoceronti. Un corno che non è fatto d’avorio, come spesso erroneamente si crede, ma di cheratina, come le unghie che rosicchio nervosa mentre ascolto. Un corno che vale oro in Cina ed in Vietnam, dove si ritiene abbia proprietà miracolose ed afrodisiache e dove la vita di un rinoceronte – specie a serio rischio di estinzione – vale a quanto pare poco o niente. Ma qui sono al sicuro? – chiedo sottovoce, speranzosa. La risposta è no: non ci sono luoghi sicuri finché qualcuno sarà disposto a pagare cifre spropositate per strappare i corni a questi erbivori ignari, lasciandoli morire in agonia.

Li guardo: la femmina sarebbe capace di caricarci, rovesciare la jeep, infilzarci con quel corno affilatissimo. Ma non lo fa. Non ci ritiene un pericolo, evidentemente. Si sbaglia.

Questi animali hanno un solo nemico – ci dice la guida prima di riaccendere il motore e allontanarsi dalla radura. Sta parlando di noi.

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