Deviazioni.

C’è un palazzo in centro che mi piace molto. Si tratta di un palazzo piuttosto brutto, in realtà. Un palazzo grigio, degli anni 30, a cui dall’esterno non daresti una lira. E invece.

Mi capita spesso di andarci per lavoro. Quando ho energia salgo le scale, su su fino al sesto piano. Altrimenti, come oggi, entro nel vecchio ascensore, chiudo la doppia porta e mi lascio cullare per un po’.

Nell’ascensore c’è lo stesso odore della vecchia casa di mia nonna. Il tempo si dilata sempre in quei pochi secondi di salita: mi rivedo piccina fremere, ansiosa di arrivare da lei, di affondare il viso nel suo petto profumato, di correre lungo lo stretto corridoio che portava in cucina. Perchè in cucina c’era sempre qualche sorpresa, qualche attenzione speciale, magari un semplice bicchiere di Coca Cola o una Speedy pizza che mi divertivo a scaldare nel tostapane. A me – che a casa non vedevo queste golosità nemmeno con il cannocchiale – quando andavo dalla nonna sembrava ogni volta di essere in vacanza.

Poi l’ascensore si ferma con un sussulto, il tempo riprende a scorrere, torno alla realtà. Faccio quello che devo fare, consegno o ritiro le solite inutili scartoffie e vado via. Le scale le scendo sempre a piedi, perchè le grandi finestre che illuminano i pianerottoli danno su un ampio cortile interno e su un giardino pieno di alberi frondosi in cui regna un surreale silenzio.

Oggi mi sono fermata quasi subito a guardare dall’alto i balconi arricciati della casa di fronte. All’ultimo piano, sul bordo di un terrazzo, c’era un piccione che fissava immobile il giardino. Sembrava quasi una scultura, tanto era immobile.

Chissà che cosa vedi, piccione – mi sono chiesta. Chissà che cosa vedi con quei tuoi occhietti piccoli e rotondi, chissà che cosa pensi con quello sguardo fisso sulle albicocche che pendono gonfie dal grande albero in fondo al cortile. Penserai pure a qualcosa, in questa tua esistenza così indifferente a noi uomini. Topo con le ali. Ti chiamano così le persone per strada, quando ti lanci sulle briciole che cadono dai tavoli all’ora dell’aperitivo o zampetti agitato sui tavoli, rovesciando i bicchieri. I bambini ti rincorrono, forse qualche volta ti sei preso pure qualche calcio. I gabbiani ormai inurbati ti danno la caccia, ogni giorno rischi di finire carcassa sul lungomare che porta in città. Eppure io ti ho visto, sai. Ti ho visto presto la mattina, quando sulle strade non c’è ancora quasi nessuno e l’unico odore che si respira è quello del pane appena sfornato. Ti ho visto zampettare nelle fontane, agitare le ali, pulirti a fondo. Prepararti alla giornata. Ti guardo, mentre ignaro fissi il cortile, e penso che se avessi un figlio vorrei che vedesse in te un essere vivente, piuttosto che uno sporco topo con le ali.

Ho sentito le lacrime pungere gli occhi. Devono essere gli ormoni. Non me la spiego altrimenti, questa costante tendenza al pianto.

Ieri sera dopo tre settimane ho visto finalmente la figlia di un’amica, un fagiolino venuto al mondo tre settimane fa. Agitava le manine, faceva buffe smorfie e ogni tanto spalancava i suoi grandi occhi scuri su di me. Non credo mi vedessero però, quegli occhioni stupiti; lo sguardo sembrava ancora galleggiare nel caldo ventre materno.

Fagiolino, io l’ho visto, questo tuo momento. Tu non lo saprai mai quanta gioia ho letto negli occhi del tuo papà, che si rammarica di poterti stringere in braccio solo alla sera e che ogni notte – nonostante il sonno terribile – si sveglia per aiutare la mamma a cambiarti, pur di non perdersi un solo momento di te. Chissà quanti momenti ti attendono, quali profumi segneranno la tua infanzia, quali saranno i ricordi che ti porterai dietro per sempre – fotogrammi indelebili. Chissà se un giorno anche tu ti ritroverai a pensare a come è cambiato il mondo attorno a te, a come hai imparato a prendere decisioni anche senza avere risposte, a come è meraviglioso e al contempo terribile crescere. Saprà questo mondo insegnarti l’amore, la cura, l’attenzione per ciò che ti circonda?

All’improvviso qualcosa si è mosso tra le fronde immobili. Con la coda dell’occhio ho colto un guizzo. Dov’ero fino ad un attimo prima? Stavo fissando il piccione sul terrazzo senza più vederlo, la mente altrove, gli occhi fissi sulla tutina a righe della neonata, indifferente al mondo che si agita indistinto al di fuori delle silenziose scale del palazzo. Mi aspetteranno in ufficio – ho pensato tornando in me con un sussulto. Macchè – mi sono detta subito dopo. Sembrava un’eternità, ma sarà stato un minuto. Fossero anche cinque, non cambierebbe granchè in questo mondo che corre inseguendo rigidi orari, eppure mai prima d’ora così disattento.

Sono uscita e ho rifatto a piedi il solito percorso. Ho passato veloce la sala scommesse, sempre piena di uomini soli, e il buio negozio di antiquariato di fronte al quale aleggia un odore di libri vecchi e legno consumato dal tempo. Mi sono lasciata alle spalle di corsa i caffè affollati, il traffico del centro, il caldo umido di questo Maggio scostante. In cima alla salita ho oltrepassato il cancello, ho spinto il portone di legno lucido, ho salito le scale e aperto la porta dell’ufficio. Neon, odore di carta stampata, il telefono che squilla, la collega che fuma. Nessuno si è accorto di me, nessuno si è chiesto dove fossi.

Tornando al mio posto mi sono sentita un po’ il piccione sul terrazzo: invisibile ai più, indifferente al mondo, lo sguardo perso nel nulla. Eppure presente a me stessa.

 

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22 thoughts on “Deviazioni.

  1. Quant’è bello questo post!
    Mi hai incuriosito riguardo al palazzo, fatto sentire la nostalgia per la mia nonna che non c’è più che mi preparava sempre i grissini col prosciutto e lo Sprite la domenica mattina, e hai acceso una lucina in un corridoio buio che ne aveva proprio bisogno. Grazie.
    Forse siamo tutti un po’ invisibili ai più; forse è anche per questo che amo i blog e chi sceglie di aprirne e portarne avanti uno.

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  2. Quello che leggi è molto bello quando ti sembra di esserci anche tu.
    Quello che leggi è indimenticabile, invece, quando ti sembra di ESSERE TU. Tu mi hai presa per mano, mi hai fatto entrare in ascensore (gli ascensori delle case vecchie di ts hanno tutti quello stesso odore unico e particolare e inesistente altrove), mi hai fatto scendere le scale, e mi hai trasformata in un piccione.
    E’ una meraviglia questo post. grazie di averlo condiviso. E’ davvero una meraviglia.

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    • Davvero non so che dire.. ti ringrazio tantissimo, non sai che piacere mi fa sapere che a qualcuno sono riuscita a trasmettere quelle sensazioni :). E il fatto che tu – come Ally – conosca Trieste mi fa davvero pensare che le emozioni che un luogo trasmette con la sua storia, i suoi profumi, gli angoli eccetera.. beh diventano davvero parte di noi e sono condivise, al di là della vita che ognuno di noi conduce e che non è mai uguale ad un’altra. Mi verrebbe voglia di abbracciarvi! Ma non posso, quindi vi accontenterete di un abbraccio virtuale e di un GRAZIE, davvero dal profondo del cuore :*

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      • La nostra Verba ha questo dono di spiegare le cose come vorrei spiegarle io, imparo sempre qualcosa dal suo modo coinvolgente ed emozionante di scrivere.
        Organizziamo un incontro noi tre triestine e raccontiamoci queste storie così belle davanti a una tazza di tè. 😀

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  3. Molto bello – mi ha ricordato una famosa poesia di Montale:

    Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
    arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
    il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
    di me, con un terrore di ubriaco.

    Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
    alberi case colli per l’inganno consueto.
    Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
    tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

    A presto, triestina! 🙂

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  5. “se avessi un figlio vorrei che vedesse in te un essere vivente, piuttosto che uno sporco topo con le ali”. Questa frase mi ha ricordato la sensazione che ho provato crescendo, di fronte alle brutture che sono cascate addosso all’improvviso ad una “me” ignara e sbalordita del fatto che una cosa bella potesse avere valenza negativa nelle mani di chi quello stesso mio incanto non aveva.

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  6. Davvero bello e intenso questo post. Non amo molto i piccioni ma me li hai fatti vedere con occhi diversi, e poi è vero, a volte ci sentiamo invisibili agli occhi degli altri ed è una sensazione bruttissima almeno fino a che non si impara a essere presenti a noi stessi

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    • Grazie! Sono davvero felice di averti regalato una prospettiva diversa :). Quanto al sentirsi invisibili agli occhi degli altri: è vero, è una brutta sensazione, ma l’unico modo per spazzarla via è rimanere fedeli a se stessi, presenti qui e ora. Spesso si capisce che non ci interessava nemmeno essere visti. Un abbraccio!

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