Il post del lamento.

La doverosa premessa? Sono in premestruo. Tutto il resto è lamento.

lamento girlOggi è il 17 Dicembre, fuori ci sono 11 gradi.

Da settimane piove – salvo qualche breve interruzione che ormai ha il sapore del dono divino. Oggi per esempio il sole ha fatto capolino, tiro un respiro di sollievo anche se questo significherà sudare nella giacca invernale che mi ostino ad indossare.

A pensarci sembra che piova da sempre. Quest’anno è stato l’anno dell’acqua dal cielo. Acqua a catinelle, acqua a fiumi, torrenti impetuosi, fango, campi annegati, raccolti perduti, piene rovinose. Eppure io mi ricordo, neanche tanto tempo fa, il freddo pungente dell’inverno sulle gote, i fiocchi di neve anche qui nella bella Trieste, il ghiaccio in Piazza Unità, il vento gelato da est nord est. Ieri invece sui monti c’era solo fango. Fango e sulla cima remota del monte più alto un misero spruzzo di neve, l’avanzo dello zucchero a velo su un vecchio panettone bruciacchiato.

Come ogni mattina arrivo in ufficio e apro i giornali. Ormai ci sono talmente tante brutte notizie che non ci fanno nemmeno più effetto. O forse crediamo sia così. Io a dire il vero ho una gastrite cronica, non è che per caso ha a che fare con questo continuo senso di schifo? Con il torpore che sempre più spesso mi accompagna, complice questa umidità perenne?

Mi capita spesso di pensare che avrei fatto meglio a nascere una sessantina di anni fa, forse anche un po’ prima. Circondata dalla voglia di crescere, dalla fiducia nel progresso, nell’illusione benedetta che alla crescita non ci sia fine.

Ma è un’illusione, appunto. Pericolosissima. Eppure la retorica politica non è cambiata affatto. Crescita, è questo che conta. Ma che cosa vuol dire crescita? Giuro che sempre più spesso mi sembra di vivere in un film. Oggi la realtà supera la fantascienza, infatti facciamo film su catastrofi che a parer mio sono tutto fuorchè improbabili. Siamo davvero esseri contorti.

Sui giornali scivolano in secondo piano le notizie che più mi inquietano. I mari muoiono. Le temperature aumentano oltre le aspettative. La popolazione cresce (ecco, quella innegabilmente non conosce crisi). L’agricoltura annega, oppure muore di sete.

La cosa sembra non riguardarci. Forse mangeremo microchip un giorno? Vorrei vivere anch’io in questa beata incoscienza.

A leggere i giornali sembra davvero che what really matters sia il nuovo iPhone 6 o la ricerca dell’università di YYY sulle sfumature dell’orgasmo femminile. Sono più importanti le app, si parla assai di chi fa soldi facili, si spreca fiato sul gossip più becero, oppure si compra l’attenzione dei lettori con titoloni che promettono ghiotti dettagli su intrighi politici, corruzione e morte. Preferibilmente a tinte fosche, con dettagli macabri.

Della morte del mondo attorno a noi, della fame, delle vere urgenze si parla poco. Così come si relega ad articoletti compassionevoli e superficiali l’operato di chi veramente lavora per cambiare le cose, o almeno ci prova. Ovviamente poi si finisce con il convincersi che lavorare onestamente, preoccuparsi per gli altri e per il mondo che abitiamo ed avere dei valori siano cose da perdenti. Ed in effetti io mi sento un po’ perdente, con la mia gastrite di fronte al nuovo iPhone6.

Penso per un attimo ai negoziati di Lima. Penso alla lotta per un mondo più pulito, più sano. Poi penso ad Avaaz che raccoglie le firme per sensibilizzare i grandi del mondo, per spingerli a fare scelte importanti.Una firma però non cambia le cose, così come non la cambiano degli accordi. Le scelte imporanti le dovremmo fare anche noi, nel nostro piccolo.

Per strada osservo la gente. Andiamo in giro come automi, persi nei nostri pensieri. Sorridiamo raramente agli sconosciuti. Siamo piuttosto irritabili. Spesso stringiamo in mano telefoni cellulari. Uno, a volte due a testa. Fissiamo loro anzichè guardarci attorno. Usiamo automobili. Una, spesso due a famiglia. Le auto sono ovunque. Le strade sono ricolme di macchine. Mi domando dove vanno a finire, quando le rottamiamo. Immagino cimiteri immensi di automobili. Crescono così come cresce la nostra ciccia, a forza di stare seduti. Quella che poi andiamo a smaltire in palestra, magari comodamente in macchina – appunto. A Natale ci affanniamo per trovare regali originali che poi ci scambieremo di fronte ad una tavola imbandita, pensando a quanto dovremo correre sul tapis roulant per smaltire tutte quelle calorie.

Mi domando quanti di quelli che passeggiano fissando lo smartphone mentre gettano per terra la sigaretta e la schiacciano con il piede si lamentano per la sporcizia che c’è in giro. Quanti indossano abiti prodotti per due lire in paesi in via di sviluppo e poi piangono la morte del made in Italy. Quanti prendono l’auto per fare cinquecento metri e si fermano davanti al supermercato nello spazio riservato all’autobus, salvo poi indignarsi se un giorno, di fretta, qualcuno che sta facendo la stessa identica cosa blocca l’autobus e quindi il traffico. Quanti vanno in montagna per respirare aria buona, ma poi fino al rifugio ci vanno in motoslitta, per ingozzarsi di gnocchi con spezzatino di cervo. Poi però un cervo dal vivo non lo hanno mai visto.

Ecco, penso a tutto questo.

E poi penso – capisco, anzi – che con ogni probabilità non ce la faremo mai a cambiare le cose. Lo capisco quando alle otto di mattina mi trovo incastrata in un traffico infernale nel centro di una città che si può attraversare a piedi in mezzora scarsa, respirando un’aria più appestata di quella che respirererei chiusa in un garage con il motore acceso, schivando auto di gente che evidentemente ritiene normale ed accettabile parcheggiare in mezzo alla corsia di destra (comodamente davanti al bar) nonostante questo significhi bloccare il traffico per almeno 500 metri.

Media di passeggeri per ogni auto: 1. Tagli ai trasporti pubblici: attuati. Malattie cardiorespiratorie: in aumento. Problemi di peso, anche. Indignazione molta, stress alle stelle, incazzatura cronica.. ma poi andiamo a bere una cosa, tanto anche se facciamo qualcosa non cambia niente.

Le cose non cambiano da sole. Non le cambiamo da soli. Si cambiano insieme. Ma noi siamo in troppi, e il tempo è poco. E forse non ce lo meritiamo nemmeno, in fondo.

Contenti noi.

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3 thoughts on “Il post del lamento.

  1. Non so quanto possa essere di conforto, ma diversi siti di informazione europei hanno dato un certo risalto alle notizie provenienti da Lima (e alle proteste legate all’accordo, giudicato da molti troppo blando). Sollevarsi al di sopra delle auto in sosta vietata, delle code per gli iPhone e delle apericene (brrr) in centro, per buttare un occhio ai Paesi che ci circondano, può generare, oltre all’invidia, anche qualche speranza 🙂

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  2. Te lo dico perché anch’io sono schifato dai media italiani, soprattutto nell’ultimo periodo. Giornali e tg stanno raggiungendo tassi di morbosità indegni. Ecco che allora cerco di aggrapparmi alla boa dei media esteri, che non saranno perfetti, ma perlomeno riescono ancora a dare la giusta priorità alle notizie!

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