La somma delle nostre esistenze.

Qualche giorno fa sono stata in visita nella ridente cittadina di Gorizia. L’aggettivo ridente in realtà non calza, essendo Gorizia un centro abbastanza sonnacchioso, posto “ai  margini dell’impero” ed a cavallo di un confine piuttosto complicato.

A Gorizia ho trascorso molto tempo quando ero studentessa, ma non l’ho mai esplorata come avrei potuto (e dovuto, mi dico oggi). Attraversata dalle placide acque dell’Isonzo e circondata da splendidi colli, la città è verde e tranquilla, ornata di ville ottocentesche che suggeriscono anche al visitatore più impreparato un passato molto più scintillante del presente. Ma nonostante il torpore che spesso sembra avviluppare il centro città, Gorizia conserva un fascino tutto particolare, un’atmosfera sognante che forse per me è amplificata dai ricordi e che quindi mi pervade ogni volta che ci metto piede.

Gorizia da Borgo Castello

La mia ultima visita è stata per lavoro, ma con l’occasione ho potuto fare due passi e tornare a visitare il Castello ed il museo della Grande Guerra, che si trova all’interno del vecchio borgo. Il museo si sviluppa nei sotterranei di due antiche case cinquecentesche ed è meta di moltissime gite scolastiche, soprattutto in questi anni in cui più del solito – in occasione del Centenario del primo conflitto mondiale – si parla della Grande Guerra.

Ma perché scrivo tutto questo?

Un po’ perché mi piace raccontare i luoghi, questo è certo. Ma c’è anche un altro motivo.

Il Museo è ben fatto, secondo me. Non è che io sia una fan dei musei, in generale. Se penso a quanto mi sono annoiata in passato e quanto mal di schiena mi hanno procurato tutte le ore passate girovagando tra corridoi e teche, aguzzando la vista per leggere targhette esplicative scritte in caratteri minuscoli! Ma alcuni musei sono fatti bene, pur se fatti con poco, o semplicemente raccontano qualcosa che riusciamo a comprendere… e allora anche le teche, i cimeli, le targhette ed il mal di schiena hanno improvvisamente un senso.

L’altro giorno girovagavo per le nove sale, soffermandomi qui e lì sugli oggetti esposti e sulle note che li accompagnavano. L’intero museo si propone di raccontare la guerra dal punto di vista individuale, senza fare una distinzione di merito tra le opposte fazioni: protagonista è semplicemente l’uomo, ieri come oggi e come sempre intrappolato nei meccanismi impietosi di una Storia più grande di lui.

Una foto mi ha colpita in particolare, non saprei dire perché. Ritrae un soldato austro-ungarico senza vita, riverso sul filo spinato, in mezzo al nulla.

Foto - Museo della Grande Guerra Gorizia

Non è certo l’unica fotografia che ritrae la morte, ma questa mi ha messo addosso una tristezza infinita. Il cappotto è sudicio e sdrucito, le mani sono sporche e gonfie, provate dalla vita di trincea, l’elmetto è tutto rovinato e copre in parte il volto ancora giovane del soldato. Tutto in questo scatto suggerisce quanto la storia sia indifferente alla sofferenza di ognuno di noi, e quanto la storia ci sia indifferente nel momento in cui le passiamo accanto senza prestarle attenzione.

Lo so, è ovvio, non sto dicendo nulla di nuovo. Eppure non riesco a non chiedermi che risultato dà la somma delle nostre esistenze. Non è forse la storia? Certo che lo è. E la riconosciamo, quando ci siamo dentro?  Questo mi sono domandata guardando le mani di questo ragazzo, che probabilmente è morto giovanissimo per una causa che forse gli stava cuore o forse no, una causa il cui senso si sarà probabilmente consumato nella paura della vita in trincea, nella nervosa perdita e riconquista di pochi metri di terra, nel sudore tra i boati, nei brividi e nel sangue. E poi nel silenzio.

E in questo silenzio che cosa rimane dei ricordi d’infanzia, dei profumi e dei sapori, delle persone che ci sono care, di tutto quello che dava un senso alla vita? Che cosa rimane dei nostri sciocchi turbamenti, delle nostre risate, delle nostre effimere opinioni e delle nostre grandi paure? Qual è la somma delle nostre esistenze, l’insegnamento ultimo della storia, quando ci viene negato il domani? Che cosa rimane al mondo se non forse uno scatto impietoso, immobile e muto nell’avvicendarsi inesorabile di luce ed oscurità, di chiacchiericci e di silenzi, di turbamenti e risate, tra le sale linde di un museo?

Mi piace che questo piccolo museo di provincia provi ad offrire una risposta proprio nella forma dell’interrogativo che pone all’osservatore attento, restituendo dignità all’esistenza ed al percorso di ogni piccolo uomo, ad ogni “1” che compone le cifre spaventose che leggiamo nei libri di storia. Mi piace che questo scatto, fra i tanti, mi abbia spinta a chiedermi queste cose ed a rivalutare  quello che accade intorno a me. Che mi abbia portata, almeno per un po’, a sentire per davvero che cosa significa nascere “tutti uguali”.

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8 thoughts on “La somma delle nostre esistenze.

  1. Mai stato a Gorizia ma forse ne vale la pena. Quel che hai scritto sui musei è verissimo. Di questo ho ricavato che ruota intorno alla persona umana e non a qualcuno o qualcosa. La foto dà molta tristezza e fa capire come la guerra sia solo un massacro di vite.

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  2. Sarà scontato dirlo forse, ma il fatto che tu ti sia fermata grazie a quella immagine a porti una domanda così immensa denota la tua enorme e preziosissima sensibilità.
    Per non perdermi, quando anche a me capita di fermarmi e chiedermi quale sia il senso delle nostre esistenze, penso che forse certe domande non hanno una risposta al momento attuale, e che se ce l’hanno forse non siamo attualmente equipaggiati per comprenderla, e che forse siamo al mondo proprio per trovare la nostra risposta. ❤

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    • Già, e poi la risposta non arriva mai in una forma chiara e definita. Assomiglia di più ad un’emozione, non trovi? Si ferma un attimo e poi svanisce. Grazie Ally 😚

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  3. Pingback: Virgawards 9 Aprile – Virginiamanda

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