Puzzle.

La sveglia suona alle sei. Il cielo promette pioggia. Alle sette monto in macchina e per un’ora e mezza guido ininterrottamente.

Non c’è quasi nessuno, per strada. Fuori dal finestrino scorrono prima il mare, poi la pianura, le campagne, i primi rilievi della Pedemontana. Mi fermo un attimo prima che la carreggiata si restringa, nella piazzetta semi deserta di un paesino tagliato in due dalla strada provinciale. Cerco un bar già da mezzora, senza successo.

L’insegna bianca e blu risalta sul muro scrostato della casetta a bordo strada, del tutto anonima se non fosse per l’ampia finestra dagli infissi screpolati attraverso la quale filtra la luce, seppur lievemente oscurata da una tendina sdrucita. Suggerisce intimità e calore, brilla decisa in quel luogo grigio, sospeso tra l’odore umido dei boschi e la fredda sciatteria del cemento.  All’interno due clienti, un uomo con un bicchiere di vino e una ragazza intenta a leggere il giornale, che ogni tanto alza la testa per commentare la cronaca nera con la signora dietro al bancone. Il caffè è buono, la radio è accesa. Si respira un’aria senza tempo.

Rimonto in macchina e comincio a salire.

La strada si fa stretta in quel punto, corre per un breve tratto lungo una diga dopo la quale la vallata si apre improvvisamente, abbracciando un enorme specchio d’acqua in cui si riflettono le montagne. Dal finestrino aperto entra l’odore inconfondibile del lago: un sentore umido, di argilla e muschio. Raggiungo la vecchia latteria turnaria con un po’ di ritardo, ma in tempo per sentire Amanda raccontare della propria fuga dal mondo frenetico della città, della sua scelta controcorrente. Mi rimane impressa una frase: “Per me non è tanto importante fare formaggio, quanto fare formaggio qui“. Si riferisce al fatto che in questo piccolo paesino sperduto tra le montagne del pordenonese ha finalmente trovato una dimensione entro la quale attivare processi di miglioramento è possibile. In fin dei conti non è nata casara. Prima di trasferirsi qui viveva in città e faceva l’operatrice sociale.

szandri - latte e sogni

Quanta differenza fa l’entusiasmo? Quanta differenza fa nel trasformare il percorso di un singolo individuo in un’evoluzione sociale positiva che coinvolge tante più persone? Me lo chiedo osservando questa donna magra e piccola, con i capelli biondi arruffati e il sorriso stampato in volto, rapita dal suo entusiasmo. Non più guerra, ma costruzione, questo sta facendo Amanda. Recupera e valorizza in un mondo che consuma e distrugge. E questo recupero genera altro recupero. Dalle bestie al paesaggio, dal formaggio al pane, dall’accoglienza all’inclusione, dal margine al centro. Per me, che mi porto appresso questa guerra sotto forma di rabbia, sconforto, prurito sulla pelle, vedere che questo processo è possibile è di grande ispirazione.

Il cielo fuori dalla finestra della latteria è sempre più carico d’acqua. Esco e faccio un profondo respiro, l’aria profuma di terra bagnata. Mi fermo per un panino al salame nel bar centrale del paese. È l’una, eppure un ragazzo già barcolla nei pressi del bancone, intontito dal troppo vino.

szandri - monti e valli

Salgo in macchina di nuovo, stavolta però mi accompagna un’altra ragazza. Ventisette anni ed un viso squadrato, lo sguardo gentile. Gestisce un’azienda boschiva, e anche lei sta cercando da qualche parte il proprio perché. Mi racconta che il suo ragazzo viene da Treviso e che da quando l’ha seguita crede nella montagna più di coloro che ci sono nati. Dice di non sapere bene che cosa farà da grande, ma che intanto ci prova, a fare qualcosa di utile.

Ci fermiamo nel mezzo di un paesino fantasma proprio nel momento in cui grosse gocce d’acqua cominciano a cadere dal cielo. Apriamo l’ombrello, raggiungiamo la piazzetta deserta. Ci raggiungono due signori del posto, ci accompagnano all’interno di un cortile nascosto, ci parlano dei mestieri di una volta. Cestai, stagnini, pastori. Il paesino è immerso nel silenzio, ma le nostre risate stanano tre uomini anziani. Uno di loro ha gli occhi luminosi, ci mostra come si intrecciano i vimini, ci racconta delle sue avventure di gioventù, ride. Per un attimo anche in quel luogo immobile il tempo si muove.

szandri - scorci e mestieri

Ci addentriamo nel bosco, la pioggia è fitta. Costeggiamo una piccola roggia, un sentiero d’acqua limpida che ci porta ad un mulino immerso nella vegetazione. È Giugno, ma qui e lì dalla terra sbucano ciclamini di un viola acceso. Ci fermiamo su una curva, in un punto da cui lo sguardo può abbracciare la vallata intera. “Una volta questa era la strada principale”, ci dice la guida.

szandri - rogge e boschi

Dopo un percorso tortuoso, ai margini di uno strapiombo ben celato dalla fitte faggete, raggiungiamo un altro paesino orlato da montagne. Ci avviciniamo ad un torrente che qua e là si allarga in splendide pozze smeraldine. Su una sponda si abbarbica, modesto, un antico mulino secentesco. Il padrone di casa ci accoglie con poche parole; ci fa entrare, aziona la macina, accende la magia del frumento che si trasforma in farina. Nello spazio ristretto del mulino, sulle note della cascata,l’aria si riempie di un odore dimenticato. Sa di erba asciutta e di pietra. Guardo il mugnaio, lo ascolto parlottare in dialetto. Regala la farina ad una delle ragazze del gruppo, le suggerisce di farci una bella polenta con i sapori della valle.

szandri - acqua e farina

Comincio ad avvertire la stanchezza. È già sera e devo ancora tornare in città. Mi affretto verso l’automobile e parto; mi fermo solo velocemente a scattare una foto alle nuvole che si specchiano nel lago, poi via fino a casa. Pian piano torno a guidare su lunghe strade interrotte da rotonde, tra i capannoni industriali dell’udinese, sulla A4 ricolma di bus turistici ammassati negli autogrill. Mi lascio veloce alle spalle il grande outlet, le radure del Carso, le falesie a strapiombo sul mare e mi addentro nel ventre della città. È sabato sera, le strade pullulano di vita. Attraverso il centro, lo supero, arrivo a casa. Lui mi vede stanca e senza tante chiacchiere mi porge una birra. Me la scolo con piacere.

Quando finalmente mi accoccolo nel letto, fuori sta già infuriando il temporale. Mi addormento pensando che forse ho trovato un altro tassello per il mio puzzle, anche se è presto per dire che cosa raffigura.

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12 thoughts on “Puzzle.

  1. È una giornata che sarebbe piaciuta tanto anche a me, di quelle che torni a casa stanca, ma di quella stanchezza bella, giusta.
    Se ancora non sai dove metterlo questo pezzettino di puzzle, tienilo da parte assieme agli altri che stai raccogliendo sul tuo tragitto: quando capirai come incastrarlo sarà già lì pronto. ❤

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    • 🙂 sarà fatto! La giornata ti sarebbe piaciuta sicuramente; a me è servita anche per rendermi conto che ci sono in giro più esperienze positive di quante credevo. Ne avevo bisogno!

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  2. Che poesia! Come ti ho detto a me da quelle parti si è aperto davanti davvero un nuovo mondo che non credevo fosse raggiungibile facilmente da casa e che nemmeno pensavo potesse piacermi. Piccole storie, per un pezzo di storia più grande meno cinico e disilluso! :*

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  3. Pingback: Qual è la direzione? | • • •

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