Per capriccio.

Qualche giorno fa un gabbiano è stato investito da una macchina sulla strada che porta da casa mia al lavoro. Giorno dopo giorno lo strato di materia sull’asfalto si è assottigliato e oggi le zampe erano solo una macchiolina gialla e bianca sul suolo nero. Questo è quello che rimane, una macchia calpestata dalle ruote.

C’è una cosa che mi impressiona moltissimo, ed è l’indifferenza alla vita.

Vita e morte sono indissolubilmente legate: non c’è vita senza morte, non c’è morte senza vita. Eppure nel mondo naturale ogni morte ha un suo posto, ogni violenza un suo crudele perché. Non nel nostro. Nel nostro mondo, a metà tra natura e artificio, la morte ha due volti: quello del rigetto (per la nostra) e quello dell’indifferenza (per quella altrui). Noi esseri “umani” non collochiamo nascita e morte in un ciclo. Ci poniamo al di fuori di esso e le percepiamo quindi come il principio e la fine di un percorso lineare, come facciamo peraltro con molte cose. Per questo forse non sappiamo più qual è il nostro posto.

Faccio spesso fatica a veicolare il mio sentire: per me ogni vita ha uguale dignità. Uccido vespe e zanzare senza rimorsi, di necessità, eppure mi impressiona sempre un po’ il pensiero di una vita che si spegne. Non riesco a fare distinzione di valore tra la mia e quella di una seppia, tra la mia e quella di un maiale. Dal momento che ognuno osserva dal proprio punto di vista, perché una seppia dovrebbe essere meno importante di me? Non c’è alcun occhio esterno che può giudicare, pertanto ogni vita è uguale di per sé. La seppia tiene alla propria come io tengo alla mia. Il maiale può soffrire come me, può avere paura come me, nasce e muore come me.

La scorsa settimana il lavoro mi ha portata a visitare un prosciuttificio industriale. Una visita interessante; forse qualche anno fa non ne sarei rimasta così impressionata e mi sarei semplicemente goduta il tagliere di crudo che ci hanno offerto al termine del giro. Invece sono uscita dallo stabilimento con addosso una spossatezza infinita. Nelle grandi sale bianche vengono lavorate ogni settimana settemila cosce di maiale. Arrivano in camion frigoriferi e vengono tagliate, salate, ventilate, ingrassate, marchiate, disossate, tagliate, pressate, affettate. Dopo tredici mesi finiscono sulle nostre tavole e su quelle di mezzo mondo. E devo ammettere che è un prosciutto buonissimo, una produzione di qualità che fa parte di una tradizione antica e affascinante, espressione del territorio, una vera e propria bandiera della nostra regione.

szandri - prosciutti

Eppure. Eppure oggi so che non può funzionare, non con una popolazione di sette miliardi e mezzo di persone, in continua crescita, sempre più improntata al consumo. Non può funzionare se in quelle zampe non sappiamo più vedere ciò che resta di un essere vivente. Quel che resta di migliaia di esseri viventi cresciuti in batteria. Se non riusciamo ad attribuire a quelle vite un senso che vada al di là del ciclo produttivo, per abbracciare quel ciclo vitale entro il quale la morte nutre la vita, e non il capriccio.

Un maiale da macello industriale vive al massimo un anno. Al massimo. Nasce per ingrassare e per morire, perché lo abbiamo deciso noi. Non c’è ciclo in questo gioco, non c’è vita, non c’è rispetto. La coscia costa caro perché oggi il resto della carne resta spesso invenduto, come se non valesse niente. Equivale a lasciare sul piatto, a buttare. Equivale a morire per niente, per capriccio.

Un mio conoscente ha un pitone enorme, chiuso in una teca di vetro. Temo i serpenti, ma provo tristezza al pensiero che quella bestia sarà riuscita ad allungarsi completamente solo quell’unica volta che è scappata dalla scatola in cui l’hanno rinchiusa, scatenando il panico. Da anni vive acciambellata in meno di due metri quadrati, cibandosi di topolini vivi che le vengono serviti attraverso un buco nella teca. I topolini si dimenano, ma non hanno scampo. Neanche una minima chance di sfuggire alla morte, perché lo abbiamo deciso noi. Per capriccio.

Che cosa voglio dire con questo post? Non lo so esattamente nemmeno io, sono sincera. Forse sono solo scossa dall’ennesima automobile che stamattina ha accelerato nei pressi di un piccione che attraversava la strada. La violenza fa parte della vita, ne sono consapevole, ma raramente in natura è fine a se stessa: si colloca nel mezzo. La nostra fa eccezione: è cieca ed egoista, sia verso gli altri esseri viventi, sia fra di noi.

Oggi va così.

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12 thoughts on “Per capriccio.

  1. Considerazioni sulla vita e sulla morte, che spesso releghiamo in un angolo. Giuste le tue osservazioni sul gabbiano e sul piccione. Uccidere per il gusto di uccidere non mi piace. Se mi trovo di fronte un ostacolo così, cerco in tutti modi di evitare l’impatto, sperando di non lasciarci le penne io. Il pitone? doppiamente triste: Lui in pratica anchilossato, i topolini vittime sacrificali. Per i maiali da prosciutto ci sarebbe da riflettere.

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  2. il video è agghiacciante e inquietante, incute un grosso senso di colpa, ma come si fa marcia indietro?
    purtroppo non riesco a fare a meno della carne nella mia alimentazione, insaccati soprattutto. forse sarebbe necessaria una maggior disciplina, ma deve venire da più in alto oltre che dall’uomo medio.
    mi ha anche colpita vederlo oggi dopo i fatti di Fermo, che non è molto in tema forse, ma mi ha fatto riflettere la (il)logica del più potente, o di chi si sente tale.

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    • Anche io mangio carne, pur non essendo una gran carnivora. Quello che mi impressiona non è tanto il ciclo morte-vita, che nella catena alimentare è assolutamente naturale… mi impressiona la dimensione industriale della produzione (e non solo quella di carne). Si tratta di una violenza quotidiana su animali e suolo che è insostenibile, e lo è in maniera così evidente e così trascurata da farmi provare uno straniamento fortissimo nei confronti della realtà in cui vivo.

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