Quaranta punti di domanda.

Quarant’anni fa un terremoto violentissimo scosse il Friuli. Era il 6 Maggio del 1976. Questa data è diventata con il tempo un simbolo, il vero spartiacque della storia regionale. L’esperienza della ricostruzione, guidata dal motto “Prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese”, è ancora oggi motivo di orgoglio per un popolo che ha saputo davvero rialzarsi dalle macerie, costruendo non solo quello che c’era prima del tragico evento, ma molto, molto di più.

Da povero che era, il Friuli è oggi una terra prospera, nonostante la crisi. Una terra di tradizione ed industria, di bellezza e gusto, per non parlare dei tesori d’arte e cultura che racchiude.

Qualche giorno fa mi sono recata a Udine per lavoro. La città è splendida, ricolma di gioielli attraverso i quali ripercorrere la storia della Repubblica di Venezia dal Quattrocento al Settecento.

Camminando attraverso il centro storico mi sono fermata per un attimo sotto la Loggia del Lionello, un capolavoro dell’architettura di sapore veneziano a cavallo tra il XV ed il XVI secolo. Disegnata da un orafo, la Loggia appare proprio come un enorme scrigno bianco e rosa, i soffitti in legno scuro e la pavimentazione a scacchi colorati.

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Ed ecco che lì, accanto all’immagine della Madonna con bambino del Pordenone, a due passi dalla scalinata palladiana, ho visto tre ragazzine sui sedici anni sedute per terra con i jeans strappati, i capelli piastrati, il trucco insolente ed il visetto imbronciato. In una mano reggevano una sigaretta, nell’altra il cellulare. Poco più in là sedeva un gruppo eterogeneo di ragazzi, più o meno giovani: capelli rasta, anelli al naso, sigarette rollate, colori arcobaleno. Ho captato qualche frase, l’argomento di conversazione tra una boccata di fumo ed un sorso di birra era l’esperienza spirituale di uno di loro in India.

Non mi sono trattenuta molto, ho dato però un’occhiata al termometro a spire bimetalliche che pende dal soffitto in legno della Loggia e mi sono chiesta se qualcuno di quei ragazzi avesse idea dello splendore di arte e scienza tutto attorno a loro, o se lo stessero dando per scontato (come peraltro ho fatto anche io fino a qualche anno fa).

Camminando per le strade sono rimasta abbagliata dalle mille vetrine luccicanti, incasellate nei vani di antichi palazzi secenteschi le cui facciate recano ancora traccia di affreschi e decorazioni stupende. Zara, H&M, Boggi, Tod’s, Sephora, o ancora mille caffetterie, ristorantini. Sui tavolini sparpagliati in Piazza San Giacomo era pieno di ghiotti taglieri e calici lucenti. A terra mozziconi di sigarette, bicchieri di plastica, scontrini stropicciati. Un’ordinaria domenica di scontata opulenza, malgrado le vacche non siano più grasse come un tempo.

A distanza di quarant’anni, ogni volta che da qualche parte la terra trema il Friuli ricorda con orgoglio il ’76. Ricorda (giustamente!) la forza e la dignità della propria gente, il senso di comunità e del lavoro attorno ai quali si era stretta e sui quali aveva ridisegnato, pietra su pietra, un’identità di cui andar fieri. Ma oggi – mi chiedo – di fronte ad un’emergenza saremmo capaci di fare altrettanto? O ci riveleremmo spauriti e fiaccati dalla ricchezza in cui siamo immersi, senza nemmeno rendercene conto, dimentichi dell’anima di questi luoghi?

Me lo sono chiesta annusando le scie di profumo delle signore griffate in via del Mercato Vecchio, guardando i capelli ondulati dei ragazzi seduti stravaccati nei bar, o le ragazzine dall’età indefinibile con in mano il cellulare e sacchetti di carta di noti marchi di vestiario. Me lo sono chiesta guardando gli uomini panciuti con la camicia semi aperta sul petto, la pelle abbronzata e le mani curate. Me lo sono chiesta guardandomi riflessa in una vetrina, io per prima così usa al benessere da potermi permettere senza sforzi il lusso di imparare.

Non credo che il passato fosse migliore, questo no. Ma mi sconcerta constatare che il benessere diffuso spesso non si è tradotto in un reale miglioramento culturale, in un senso di appartenenza più profondo, in una maggiore consapevolezza di ciò che abbiamo, ma solo in un’accessibilità cui spesso non attribuiamo alcun valore, perché è lì a disposizione. Una porta aperta su un mondo che non ci interessa scoprire o recuperare, perché pensiamo ci appartenga. E invece, mi dico, è sempre più lontano.

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12 thoughts on “Quaranta punti di domanda.

  1. Come sai conosco abbastanza il Friuli, e da occhi esterni di chi ci ha vissuto per diversi anni, posso tranquillamente dirti che secondo me nella sventura le persone trovano sempre la forza di ritirarsi su, e credo che questa in Friuli sia più forte che in molti altri luoghi che conosco.

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    • Grazie per il tuo commento. 🙂 Io la ricostruzione l’ho studiata sui libri e pur vivendo a pochi chilometri di distanza in Friuli sono ancora una straniera. Da triestina so che il carattere friulano è molto diverso dal nostro. Mi piacerebbe sapere da che cosa dipende (potremmo aprire un’affascinante parentesi su che cosa plasma il carattere di un popolo), ma l’unica cosa che so è che ancor oggi i friulani sono grandi lavoratori e abili imprenditori. Sono quindi d’accordo con te, mi domando peró se in passato (non certo solo in Friuli) fossero gli stenti e la miseria a forgiare i caratteri. E se così fosse, mi chiedo se oggi quella forza così grande è stata davvero annacquata dal benessere o se invece si cela da qualche parte, nel sangue della gente, pronta a riemergere di fronte alle difficoltà. Me lo chiedo a maggior ragione viste le nubi all’orizzonte… ma mi chiedo troppe cose, lo so. 🙂

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      • Pensavo tu fossi friulana, invece sei una patoca. Ho vissuto un po’ anche a Trieste, che di certo è molto più bella di Udine. Credo che ci siano due o tre componenti che caratterizzano la filosofia triestina: il mare, il confine vicino e il risicato entroterra. Se devo dirtela tutta, sono tuttora in contatto con persone di Trieste e ho completamente perso di vista i friulani. Forse perchè mia mamma era di quella città, e mio figlio pure, sarà genetica. 🙂

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  2. “Duri a morire”, si potrebbe dire: e tutti dovrebbero prendere esempio da questo popolo… Proprio l’anno scorso i nostri benamati politi volevano come al solito intervenire sul territorio friulano con le solite speculazione, ma gli abitanti stessi hanno bloccato il tutto; e in tutto l territorio si vedevano cartelli con scritto: “giù le mani dal Friuli”. E’ quello che dovrebbe fare tutta Italia, prendere esempio da chi sa quello che veramente vuole: il bene del suo territorio. Siamo il paese con il 60% delle opere artistiche mondiali, potrebbero essere il nostro petrolio, e siamo vittime delle speculazioni e degli introiti occulti… Speriamo cambi qualcosa !

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  3. da pordenonese dico una cosa impopolare. Fu il carattere della gente forse, ma fu anche la politica. La DC dell’epoca (parliamo degli anni ’70, eh!) temeva di perdere i consensi e fu molto attenta ad andare incontro alle esigenze della popolazione, che voleva naturalmente “tutto dov’era e com’era”. Una cosa che non è successa, per esempio, all’Aquila, dove i cittadini sono stati sradicati e sparpagliati, usati e mossi come pedine. Non so se sia carattere, forse anche sì, ma credo fortemente c’entri molto anche la volontà della classe dirigente.
    Per il resto, sì, l’Italia è piena di gioiellini, ma se sono quelli di casa nostra non ce ne accorgiamo nemmeno. Poi uno va in India (o anche solo in un paese sperduto delle Fiandre, per dire) e se ne rende conto 🙂

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    • Il tuo commento è molto interessante e penso che centri un punto importante. Per impopolare che sia, condivido il tuo pensiero: senza uno sforzo “di sistema” ed il supporto della classe dirigente lo sforzo della popolazione (in generale, dico) rischia di rimanere privo di direzione e di una duratura motivazione. Ho come l’impressione che oggi più che in passato qualsiasi slancio si smorzi di fronte al sostanziale disinteresse della politica, troppo volubile nei suoi interessi e portata a cavalcare i problemi solo per i brevi periodi in cui occupano i titoli di cronaca. Il carattere della gente c’entra sicuramente, ma da solo non basta. (E forse oggi è pure un po’ scolorito, ma questa è una mia opinione personale.)
      Quanto alle bellezze di casa nostra, sono la prima ad essersene innamorata tardi.. ma meglio tardi che mai :)!

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