Un sabato d’autunno.

É tornata la pioggia, ma poco male, perché mi attendono due settimane di studio matto e disperatissimo.

Anche il sabato é dedicato ai libri, quindi in questa giornata grigia a malapena mi schiodo dalla sedia. La pioggia tamburella sulle finestre, c’é vento ed i vetri sono ricoperti di sfere liquide, tonde e scivolose.

Dopo pranzo mi butto cinque minuti sul divano. Sono sola ed in casa c’é un gran silenzio. In realtá non proprio. Tuttavia non lo sento subito, il rumore del silenzio, ma solo dopo un paio di minuti, quando ormai sono ad un passo dal sonno: l’orologio della cucina segna il tempo con un ticchettìo leggero.

Con gli occhi chiusi e questo rumore in sottofondo mi sembra di essere di nuovo a casa della nonna. A volte andavo da lei a studiare e mi fermavo fino a sera, lontana da ogni distrazione. Me ne stavo in una stanza distante dal soggiorno, silenziosissima e buia, con un tavolo signorile ed una lampada da studio. Quando alzavo gli occhi dai libri e li piantavo nell’oscuritá davanti a me sentivo sempre questo stesso ticchettìo, era come se emergesse da quel buio familiare. A volte allora mi alzavo, percorrevo il lungo corridoio scuro e facendo scricchiolare il parquet raggiungevo il soggiorno, dove la nonna leggeva o guardava la televisione, sprofondata in una grande poltrona nera. Oppure andavo in cucina, aprivo i cassetti di metallo, color crema, e pescavo con le mani qualcosa di buono. Era sempre tutto buono, in quella casa, e ne amavo l’oscurità serale, rotta qui e lì da luci piccole e insolenti. Sembrava che tutto fosse addormentato al di fuori di quei cerchi luminosi.

Apro gli occhi, mi scrollo il sonno di dosso ed ecco che il ticchettìo torna a farsi impercettibile. Mi rimetto a studiare, poi torna lui e ci beviamo un caffé. L’odore del caffé nei fine settimana é diverso dal solito, non so da che cosa dipenda. Forse dal fatto che la casa é animata dalla nostra presenza, dopo il vuoto dei giorni lavorativi.

Prima di tornare sui libri taglio in rondelle una vecchia arancia, poi le stendo sulla carta da forno e le metto a seccare a 120 gradi, con un pezzettino di zenzero e una spolverata di cannella. Fuori dalla finestra intravvedo uno squarcio nel cielo, e pochi minuti dopo il sole illumina prepotentemente le pareti di casa, colorandole di arancio e d’oro. Infilo le scarpe del gigante e camminando goffamente vado a scattare una foto al cielo rosa. Non piove più. Rientro, apro il forno, capovolgo le rondelle.

Mi immergo nella storia longobarda e non mi rendo nemmeno conto del profumo che nel frattempo ha invaso la casa. Me ne accorgo solo quando, insospettita dal silenzio, apro la porta della stanza da letto e vedo il mio gigante buono profondamente addormentato. La camera é piú fresca rispetto al soggiorno. Vado a prendere una coperta e mi distendo accanto a lui per una decina di minuti, quel che basta perché il profumo arrivi fin lì. E anche se fuori non fa freddo, con gli occhi chiusi mi tornano in mente le stanze della casa in cui abitavo da piccola, illuminate dal tramonto e dalle luci della cittá, con il mare lontano mosso dal vento, oltre le grandi finestre, nel buio delle sere autunnali. Buffo come i dettagli siano così vividi, anche a distanza di tanti anni.

Adesso fuori é nero notte.

Tempo di tuffarsi nelle viscere della cittá, di tornare a farsi intontire dalle luci e dai rumori, dai tintinnìi dei bicchieri e dalle chiacchiere. É come vivere due vite, a volte, nei weekend.

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14 thoughts on “Un sabato d’autunno.

  1. Se questo post fosse l’incipit di un libro, ti giuro che sarei già alla cassa con una copia in mano.
    Ha ricominciato a piovere proprio ora mentre ti scrivo: oggi giornata smorta, per ravvivarla un po’ ora provo a preparare una tortina al limone, sperando che anche la mia casina profumi di buono come la tua.

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  2. Non solo sai disegnare, scrivi anche molto bene. Dev’essere perchè hai tante belle cose dentro.
    Quasi mi sembra di sentirlo il profumo delle arance e della cannella.
    Buono studio e a prestissimo

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