Per capriccio.

Qualche giorno fa un gabbiano è stato investito da una macchina sulla strada che porta da casa mia al lavoro. Giorno dopo giorno lo strato di materia sull’asfalto si è assottigliato e oggi le zampe erano solo una macchiolina gialla e bianca sul suolo nero. Questo è quello che rimane, una macchia calpestata dalle ruote.

C’è una cosa che mi impressiona moltissimo, ed è l’indifferenza alla vita.

Vita e morte sono indissolubilmente legate: non c’è vita senza morte, non c’è morte senza vita. Eppure nel mondo naturale ogni morte ha un suo posto, ogni violenza un suo crudele perché. Non nel nostro. Nel nostro mondo, a metà tra natura e artificio, la morte ha due volti: quello del rigetto (per la nostra) e quello dell’indifferenza (per quella altrui). Noi esseri “umani” non collochiamo nascita e morte in un ciclo. Ci poniamo al di fuori di esso e le percepiamo quindi come il principio e la fine di un percorso lineare, come facciamo peraltro con molte cose. Per questo forse non sappiamo più qual è il nostro posto.

Faccio spesso fatica a veicolare il mio sentire: per me ogni vita ha uguale dignità. Uccido vespe e zanzare senza rimorsi, di necessità, eppure mi impressiona sempre un po’ il pensiero di una vita che si spegne. Non riesco a fare distinzione di valore tra la mia e quella di una seppia, tra la mia e quella di un maiale. Dal momento che ognuno osserva dal proprio punto di vista, perché una seppia dovrebbe essere meno importante di me? Non c’è alcun occhio esterno che può giudicare, pertanto ogni vita è uguale di per sé. La seppia tiene alla propria come io tengo alla mia. Il maiale può soffrire come me, può avere paura come me, nasce e muore come me.

La scorsa settimana il lavoro mi ha portata a visitare un prosciuttificio industriale. Una visita interessante; forse qualche anno fa non ne sarei rimasta così impressionata e mi sarei semplicemente goduta il tagliere di crudo che ci hanno offerto al termine del giro. Invece sono uscita dallo stabilimento con addosso una spossatezza infinita. Nelle grandi sale bianche vengono lavorate ogni settimana settemila cosce di maiale. Arrivano in camion frigoriferi e vengono tagliate, salate, ventilate, ingrassate, marchiate, disossate, tagliate, pressate, affettate. Dopo tredici mesi finiscono sulle nostre tavole e su quelle di mezzo mondo. E devo ammettere che è un prosciutto buonissimo, una produzione di qualità che fa parte di una tradizione antica e affascinante, espressione del territorio, una vera e propria bandiera della nostra regione.

szandri - prosciutti

Eppure. Eppure oggi so che non può funzionare, non con una popolazione di sette miliardi e mezzo di persone, in continua crescita, sempre più improntata al consumo. Non può funzionare se in quelle zampe non sappiamo più vedere ciò che resta di un essere vivente. Quel che resta di migliaia di esseri viventi cresciuti in batteria. Se non riusciamo ad attribuire a quelle vite un senso che vada al di là del ciclo produttivo, per abbracciare quel ciclo vitale entro il quale la morte nutre la vita, e non il capriccio.

Un maiale da macello industriale vive al massimo un anno. Al massimo. Nasce per ingrassare e per morire, perché lo abbiamo deciso noi. Non c’è ciclo in questo gioco, non c’è vita, non c’è rispetto. La coscia costa caro perché oggi il resto della carne resta spesso invenduto, come se non valesse niente. Equivale a lasciare sul piatto, a buttare. Equivale a morire per niente, per capriccio.

Un mio conoscente ha un pitone enorme, chiuso in una teca di vetro. Temo i serpenti, ma provo tristezza al pensiero che quella bestia sarà riuscita ad allungarsi completamente solo quell’unica volta che è scappata dalla scatola in cui l’hanno rinchiusa, scatenando il panico. Da anni vive acciambellata in meno di due metri quadrati, cibandosi di topolini vivi che le vengono serviti attraverso un buco nella teca. I topolini si dimenano, ma non hanno scampo. Neanche una minima chance di sfuggire alla morte, perché lo abbiamo deciso noi. Per capriccio.

Che cosa voglio dire con questo post? Non lo so esattamente nemmeno io, sono sincera. Forse sono solo scossa dall’ennesima automobile che stamattina ha accelerato nei pressi di un piccione che attraversava la strada. La violenza fa parte della vita, ne sono consapevole, ma raramente in natura è fine a se stessa: si colloca nel mezzo. La nostra fa eccezione: è cieca ed egoista, sia verso gli altri esseri viventi, sia fra di noi.

Oggi va così.

Ripropongo.

Poco meno di un anno fa scrivevo un post che (forse) avrei potuto intitolare “spunti di buon senso”. Lo ripropongo oggi, mentre sul Nord Est il maltempo ancora indugia e l’estate stenta a decollare. Lo faccio perché non riesco a non guardare, e quello che vedo mi fa rabbia, tristezza e paura.

Integro solo con questo punto:

  • Freddo a Giugno e pioggia costante in queste quantità non sono semplicemente segno di “una brutta stagione” e men che meno indicano – come a qualcuno piace affermare – che il riscaldamento globale è una bufala. Perché mentre da un lato il nord Italia è flagellato da piogge e temporali che distruggono raccolti e fanno esondare fiumi e torrenti, provocando danni incalcolabili, dall’altro in California, in Africa, in India come in Sicilia ed in molti altri paesi si toccano picchi prossimi ai 50 gradi, i boschi e le città vanno in fiamme, uomini, piante ed animali muoiono per le temperature insostenibili, per siccità e carestie.  Global warming non significa semplicemente “riscaldamento”: significa estremizzazione dei fenomeni (sia freddi che caldi) con una tendenza al riscaldamento sempre più marcata. Freddo più pungente concentrato in pochissimi giorni e luoghi, riduzione del manto nevoso, scioglimento dei ghiacci, innalzamento dei mari, fenomeni atmosferici violenti, desertificazione progressiva, impoverimento del suolo e dei bacini acquiferi, ondate bollenti, malattie, povertà, migrazioni, guerre… la lista delle conseguenze è molto lunga, il problema immenso e complesso. Ma meno importante – a quanto pare – della stolta corsa alla “crescita” globale (crescita de che?) e dell’effimero mondo dell’apparenza. Possiamo finalmente accettare che è (non “sarà”) questa la sfida più urgente per la nostra generazione ed agire di conseguenza?

Post scriptum, ovvero aggiornamento delle 16:55: siamo passato dai 18 gradi ai 32 in meno di 24 ore. Stamattina giacca, adesso se potessi girerei in mutande. Se non è estremo questo…

_ _ _

Quello che non dicono.

Quotidianamente sono circondata – oltre che dal torrido caldo elettronico del mio ufficio – dal chiacchiericcio spesso inconsistente di giornali, telegiornali, radio. Quanto a livello ultimamente quasi superano la bassezza delle chiacchiere da bar.

Fa caldo eh. L’estate più calda dal 1800. (E qui vorrei spiegare a chi sostiene che nel 1800 faceva così caldo che no, non è vero, semplicemente prima non c’erano misurazioni). Picchi di 40 gradi. Bevete acqua, non uscite nelle ore più assolate, mangiate frutta fresca e verdura per idratarvi. (Ma va? Grazie, non ci sarei mai arrivata). Ogni tanto qualcuno si sofferma sull’innalzamento dei mari e lo scioglimento dei ghiacci, senza peraltro approfondire che cosa questo già comporta oggi e molto probabilmente comporterà domani. C’è chi si secca: “è estate, ovvio che fa caldo“. Probabilmente le stesse persone che quando si presenta una gelata di due giorni (due!) in Dicembre esultano con un “alla faccia del global warming“. Già, già; beato colui che ha delle certezze. C’è anche chi vorrebbe 40 gradi tutto l’anno, chi si lamenta qualsiasi tempo faccia, chi non si pone nemmeno il problema, chi se lo pone e va avanti, chi si tormenta e di sente impotente.

Vabbeh. Cuociamo lentamente in questo brodo. Il fastidio che provo non è neanche umanamente quantificabile. Mi fumano le orecchie, e non solo per il caldo.

Ci sono cose che non vengono dette. Suggerimenti di una banalità tale da risultare ovvi, eppure così poco popolari al di fuori dei circoli “green”. Macché green, mi verrebbe da urlare. Si tratta di buon senso. Niente di più.

Certo, arriva l’estate e come sempre ci dicono bevete acqua e non esagerate, copritevi il capo, spalmatevi la crema, evitate le ore più calde. Bene, grazie per i saggi consigli. Ma perché non ci dite anche altre cose di buon senso? Domanda retorica. Il buon senso non va di moda, è impopolare, non paga subito. Perché non approfondiamo? Domanda retorica. L’approfondimento costa fatica, e la fatica non va di moda, è da sfigati, oggi ci piacciono le citazioni e le verità rivelatrici. Vogliamo tutto e subito. Abbiamo fretta. Ma dove corriamo tutti, mi chiedo? Hallo?!

Provo a snocciolare un due suggerimenti idioti.

  • Non siate pigri. Usate l’automobile il meno possibile! Optiamo per mezzi pubblici, biciclette, o camminiamo (ve ne sarà grato anche il vostro fisico e sì, anche il vostro portafoglio se siete tra quelli che spendono cifrone tra palestre e trattamenti estetici). Il calore urbano è moltiplicato dal traffico, senza contare le quotidiane incazzature che questo comporta. Se proprio non possiamo evitare l’auto, facciamo car sharing! Non ci vuole una piattaforma web e non serve nemmeno fondare una startup o usare una appper condividere un tragitto eh, casomai questo vi avesse trattenuto dal provarci.. basta mettersi d’accordo alla vecchia maniera! Inoltre ne beneficeranno le nostre relazioni interpersonali e scopriremo angoli e luoghi che con ogni probabilità non abbiamo mai osservato con attenzione.
  • Compriamo meno cazzate! Ci serve davvero quella maglietta in più? Quell’ombretto? Quel vestito? Quel paio di occhiali? Quel pezzo di bigiotteria che metteremo una volta e tra un anno reputeremo pacchiano? Ci siamo mai chiesti come mai il vestitino H&M costa 5 euro, nonostante abbia viaggiato più di noi nel suo breve ciclo produzione – distribuzione? Ci siamo mai chiesti chi paga per permetterci di acquistare a quella cifra? Sappiate che indirettamente paghiamo anche noi, anche se il prezzo non si misura sul conto in banca, ma sulla nostra pelle e sulla qualità della nostra vita. Compriamo di meno e scegliamo con la testa! Sì, le cose fatte bene costano di più. Ma se proviamo ad informarci scopriamo che durano più a lungo, fanno meno male a noi e agli altri, e a lungo andare migliorano le cose. Senza contare che la consapevolezza è dapprima dolorosa (eccome), ma poi liberatoria.
  • Riduciamo la spazzatura! Acquistiamo prodotti con packaging ridotto, sforziamoci di differenziare e quando possibile ripariamo ciò che si rompe. Proviamo a creare, invece di acquistare. Scambiamo o regaliamo invece di buttare.
  • Se non siamo vegetariani va bene lo stesso! Ma mangiamo consapevolmente, non sprechiamo il cibo e consumiamo meno carne, scegliendola con coscienza e possibilmente a chilometri zero!!! Costerà un po’ di più? Sì. Ma sarà migliore, e farà meno male. Informiamoci, non mangiamo vitello o agnello, non alimentiamo l’industria da macello! Ricordiamoci che quello che abbiamo in piatto è un essere vivente che è nato, ed è morto, e ci nutre. Prendiamo consapevolezza di questo ciclo e riconosciamolo, qualunque sia la nostra dieta. Per favore possiamo resistere alla tentazione di etichettare questi discorsi? Perché in generale non si tratta di cazzate, non è compassione, e nemmeno propaganda animalista: si tratta semplicemente di riconoscere che l’essere umano è inserito in un ciclo naturale, e che ogni nostra azione ha delle conseguenze. Nel caso dell’alimentazione – e soprattutto nel caso dell’industria della carne – questo è particolarmente evidente e documentabile senza neanche troppa difficoltà!
  • Firmiamo meno petizioni, lamentiamoci di meno e piuttosto pratichiamo più CURA attiva: del prossimo, dell’ambiente, delle persone a cui teniamo, degli animali, del nostro giardino (in senso metaforico e non). Sapete perché va tutto a puttane? Perché non ci curiamo di quello che ci circonda. Viviamo in una società in cui il limite è quotidianamente violato a tutti i livelli: da chi crede che sia legittimo fare un pezzetto contromano sul marciapiede in moto “perché tanto è tutto un casino, che differenza fa” al singolo che intasca milioni alle spalle di molti devastando interi sistemi (sociali, ecologici), rimanendo impunito. Una società in cui anche chi dovrebbe controllare lascia stare, perché tanto sfugge tutto di mano, come sabbia tra le dita. Ma ehi, siamo onesti: la soluzione non verrà dall’alto, e nemmeno dagli altri. La soluzione DEVE essere collettiva, o non ci sarà soluzione. Deve passare per i piccoli gesti: fare bene il proprio lavoro, usare gentilezza al prossimo, ammettere i propri errori, agire onestamente, sorridere e dire “grazie”, lasciar attraversare chi attende alle strisce pedonali (e pazienza se dietro sbuffano), non gettare immondizie a terra (sì, lo scontrino e il mozzicone sono immondizia), pensare prima di parlare, scegliere con coscienza, mettere a posto le cose quando si può, tagliare l’erba quando cresce sulla strada e nessuno se ne cura, piantare alberi ed innaffiare i fiori, non fare del male gratuitamente, ogni tanto davanti a casa pulire e raccogliere l’immondizia (sì, anche quella che non abbiamo abbandonato noi). Qualcuno forse seguirà il nostro esempio, ricambierà il sorriso, si ricorderà del gesto, apprezzerà lo sforzo. Può sembrare poco, ma credetemi.. non lo è. La desertificazione fisica procede di pari passo con quella socio-culturale.
  • Non pretendiamo di conoscere la verità! La verità ha più facce, e anche se nel mondo attuale sembra tutto a portata di mano, beh.. non è così! Nessuno è onnisciente. La realtà è complessa e qualunque semplificazione è destinata a generare ignoranza, becera e arrogante ignoranza! Wikipedia non risolverà i nostri dubbi, la soluzione non è nello smartphone, internet e Facebook con i passaparola virali non ci illumineranno mostrandoci la strada.. a meno che la maggior parte di noi non abbia studiato a fondo la cartina (e sia capace di leggerla!). truth
  • Prendiamo coscienza del fatto che avere un titolo non equivale a sapere, e che l’economia (quella reale, non la sua sovrastruttura finanziaria) non è necessariamente cosa da dottori: si misura nel nostro vivere quotidiano, nel modo in cui trattiamo la nostra casa, la nostra terra, la nostra comunità (oikos-nomos: “regola della casa”).
  • Ah, a proposito: facciamoci un bel ripasso di grammatica e sintassi (vale anche per certi presunti giornalisti)! Come si può esprimere correttamente un pensiero se manca la struttura di regole base necessaria per formularlo? Contrariamente a ciò che si crede, se non riusciamo ad esprimerci correttamente il più delle volte significa che non abbiamo capito neanche noi. [Ovviamente questo post sarà pieno di orrori grammaticali]
  • Ricordiamoci che il mondo è grande e che non basta viaggiare per capirlo, ma che una piccola scelta stolta moltiplicata per milioni di persone è sufficiente a distruggerlo. Ed è quello che sta succedendo.
  • Facciamoci delle domande e diamoci delle risposte! Con umiltà. Informiamoci, ma davvero: non accontentiamoci della prima risposta che ci sembra soddisfacente. Andiamo un po’ più a fondo. Facciamo come i bambini, chiediamoci “perché” fino ad arrivare al nocciolo della questione. Il pressapochismo non è un disturbo da poco, è un cancro insidioso e subdolo che in poco tempo può ridurre in polvere millenni di sapere. Solo se conquistiamo una comprensione profonda siamo davvero liberi di scegliere.

Bene, se vi state ancora chiedendo che cosa c’entri tutto questo con il caldo record, con lo scioglimento dei ghiacciai, la perdita di biodiversità, l’appiattimento culturale, le guerre e la deriva del mondo attuale, rileggete l’ultimo punto.

Concludo con un aneddoto metaforico piuttosto inquietante, ma di indubbia efficacia:

“Immaginate un pentolone pieno d’acqua fredda nel quale nuota tranquillamente una rana.

Il fuoco è acceso sotto la pentola, l’acqua si riscalda pian piano. Presto diventa tiepida. La rana la trova piuttosto gradevole e continua a nuotare.La temperatura sale. Adesso l’acqua è calda. Un po’ più di quanto la rana non apprezzi. Si stanca un po’, tuttavia non si spaventa.L’acqua adesso è davvero troppo calda. La rana la trova molto sgradevole, ma si è indebolita, non ha la forza di reagire. Allora sopporta e non fa nulla. Intanto la temperatura sale ancora, fino al momento in cui la rana finisce -semplicemente – morta bollita. Se la stessa rana fosse stata immersa direttamente nell’acqua a 50° avrebbe dato un forte colpo di zampa, sarebbe balzata subito fuori dal pentolone.

Questa esperienza mostra che – quando un cambiamento si effettua in maniera sufficientemente lenta – sfugge alla coscienza e non suscita – per la maggior parte del tempo – nessuna reazione, nessuna opposizione, nessuna rivolta. Se guardiamo ciò che succede nella nostra società da alcuni decenni, ci accorgiamo che stiamo subiamo una lenta deriva alla quale ci abituiamo. Un sacco di cose, che ci avrebbero fatto orrore 20, 30 o 40 anni fa, a poco a poco sono diventate banali, edulcorate e – oggi – ci disturbano solo leggermente o lasciano decisamente indifferenti la gran parte delle persone. In nome del progresso e della scienza, i peggiori attentati alle libertà individuali, alla dignità della persona, all’integrità della natura, alla bellezza ed alla felicità di vivere, si effettuano lentamente ed inesorabilmente con la complicità costante delle vittime, ignoranti o sprovvedute. I foschi presagi annunciati per il futuro, anziché suscitare delle reazioni e delle misure preventive, non fanno altro che preparare psicologicamente il popolo ad accettare le condizioni di vita decadenti, perfino drammatiche. Il permanente ingozzamento di informazioni da parte dei media satura i cervelli che non riescono più a discernere, a pensare con la loro testa. 

Allora se non siete come la rana, già mezzo bolliti, date il colpo di zampa salutare, prima che sia troppo tardi!”Global-warming-issac-cordalImmagine: “Politicians discussing global warming” di Isaac Cordal

Grazie, Leo.

Il discorso di ringraziamento tenuto da Leonardo Di Caprio una volta ritirato il tanto atteso Oscar ha già fatto il giro del mondo, quindi il mio post nulla aggiunge a quello che è già stato detto e scritto, ma ci tenevo a rendere omaggio a modo mio ad una persona che da anni si batte per una causa che mi sta così a cuore, e che lo fa anche lontano dai riflettori. Di Caprio ha detto solo poche parole, in fin dei conti, ma sono le uniche parole che aveva senso pronunciare in un momento dalla ricaduta mediatica così potente.

“The Revenant a suo modo racconta la relazione dell’uomo con il mondo naturale, un mondo che – ormai lo sappiamo – nel 2015 ha vissuto l’anno più caldo mai registrato nella storia delle misurazioni. L’intera squadra di produzione del film ha dovuto spostarsi fino al più recondito angolo a sud del globo, semplicemente per riuscire a trovare della neve. Il cambiamento climatico è reale e si sta verificando ora, è la minaccia più grande che incombe sulla nostra specie; per questo dobbiamo lavorare insieme e smetterla di procrastinare. Dobbiamo supportare quei leader in giro per il mondo che non parlano in nome dei grandi inquinatori e delle grandi corporazioni, bensì in nome dell’umanità intera; dobbiamo farlo per le popolazioni indigene, per i miliardi di persone che non godono di alcun privilegio e che prima e più di ogni altro saranno toccati da questo problema, per i figli dei nostri figli, per tutte le persone la cui voce lì fuori è stata silenziata dall’avidità della politica. Ringrazio tutti voi questa sera per questo meraviglioso premio. Non diamo per scontato il nostro pianeta; io questa notte non la do per scontata.”

Quello che non dicono.

Quotidianamente sono circondata – oltre che dal torrido caldo elettronico del mio ufficio – dal chiacchiericcio spesso inconsistente di giornali, telegiornali, radio. Quanto a livello ultimamente quasi superano la bassezza delle chiacchiere da bar.

Fa caldo eh. L’estate più calda dal 1800. (E qui vorrei spiegare a chi sostiene che nel 1800 faceva così caldo che no, non è vero, semplicemente prima non c’erano misurazioni). Picchi di 40 gradi. Bevete acqua, non uscite nelle ore più assolate, mangiate frutta fresca e verdura per idratarvi. (Ma va? Grazie, non ci sarei mai arrivata). Ogni tanto qualcuno si sofferma sull’innalzamento dei mari e lo scioglimento dei ghiacci, senza peraltro approfondire che cosa questo già comporta oggi e molto probabilmente comporterà domani. C’è chi si secca: “è estate, ovvio che fa caldo“. Probabilmente le stesse persone che quando si presenta una gelata di due giorni (due!) in Dicembre esultano con un “alla faccia del global warming“. Già, già; beato colui che ha delle certezze. C’è anche chi vorrebbe 40 gradi tutto l’anno, chi si lamenta qualsiasi tempo faccia, chi non si pone nemmeno il problema, chi se lo pone e va avanti, chi si tormenta e di sente impotente.

Vabbeh. Cuociamo lentamente in questo brodo. Il fastidio che provo non è neanche umanamente quantificabile. Mi fumano le orecchie, e non solo per il caldo.

Ci sono cose che non vengono dette. Suggerimenti di una banalità tale da risultare ovvi, eppure così poco popolari al di fuori dei circoli “green”. Macché green, mi verrebbe da urlare. Si tratta di buon senso. Niente di più.

Certo, arriva l’estate e come sempre ci dicono bevete acqua e non esagerate, copritevi il capo, spalmatevi la crema, evitate le ore più calde. Bene, grazie per i saggi consigli. Ma perché non ci dite anche altre cose di buon senso? Domanda retorica. Il buon senso non va di moda, è impopolare, non paga subito. Perché non approfondiamo? Domanda retorica. L’approfondimento costa fatica, e la fatica non va di moda, è da sfigati, oggi ci piacciono le citazioni e le verità rivelatrici. Vogliamo tutto e subito. Abbiamo fretta. Ma dove corriamo tutti, mi chiedo? Hallo?!

Provo a snocciolare un due suggerimenti idioti.

  • Non siate pigri. Usate l’automobile il meno possibile! Optiamo per mezzi pubblici, biciclette, o camminiamo (ve ne sarà grato anche il vostro fisico e sì, anche il vostro portafoglio se siete tra quelli che spendono cifrone tra palestre e trattamenti estetici). Il calore urbano è moltiplicato dal traffico, senza contare le quotidiane incazzature che questo comporta. Se proprio non possiamo evitare l’auto, facciamo car sharing! Non ci vuole una piattaforma web e non serve nemmeno fondare una startup o usare una app per condividere un tragitto eh, casomai questo vi avesse trattenuto dal provarci.. basta mettersi d’accordo alla vecchia maniera! Inoltre ne beneficeranno le nostre relazioni interpersonali e scopriremo angoli e luoghi che con ogni probabilità non abbiamo mai osservato con attenzione.
  • Compriamo meno cazzate! Ci serve davvero quella maglietta in più? Quell’ombretto? Quel vestito? Quel paio di occhiali? Quel pezzo di bigiotteria che metteremo una volta e tra un anno reputeremo pacchiano? Ci siamo mai chiesti come mai il vestitino H&M costa 5 euro, nonostante abbia viaggiato più di noi nel suo breve ciclo produzione – distribuzione? Ci siamo mai chiesti chi paga per permetterci di acquistare a quella cifra? Sappiate che indirettamente paghiamo anche noi, anche se il prezzo non si misura sul conto in banca, ma sulla nostra pelle e sulla qualità della nostra vita. Compriamo di meno e scegliamo con la testa! Sì, le cose fatte bene costano di più. Ma se proviamo ad informarci scopriamo che durano più a lungo, fanno meno male a noi e agli altri, e a lungo andare migliorano le cose. Senza contare che la consapevolezza è dapprima dolorosa (eccome), ma poi liberatoria.
  • Riduciamo la spazzatura! Acquistiamo prodotti con packaging ridotto, sforziamoci di differenziare e quando possibile ripariamo ciò che si rompe. Proviamo a creare, invece di acquistare. Scambiamo o regaliamo invece di buttare.
  • Se non siamo vegetariani va bene lo stesso! Ma mangiamo consapevolmente, non sprechiamo il cibo e consumiamo meno carne, scegliendola con coscienza e possibilmente a chilometri zero!!! Costerà un po’ di più? Sì. Ma sarà migliore, e farà meno male. Informiamoci, non mangiamo vitello o agnello, non alimentiamo l’industria da macello! Ricordiamoci che quello che abbiamo in piatto è un essere vivente che è nato, ed è morto, e ci nutre. Prendiamo consapevolezza di questo ciclo e riconosciamolo, qualunque sia la nostra dieta. Per favore possiamo resistere alla tentazione di etichettare questi discorsi? Perché in generale non si tratta di cazzate, non è compassione, e nemmeno propaganda animalista: si tratta semplicemente di riconoscere che l’essere umano è inserito in un ciclo naturale, e che ogni nostra azione ha delle conseguenze. Nel caso dell’alimentazione – e soprattutto nel caso dell’industria della carne – questo è particolarmente evidente e documentabile senza neanche troppa difficoltà!
  • Firmiamo meno petizioni, lamentiamoci di meno e piuttosto pratichiamo più CURA attiva: del prossimo, dell’ambiente, delle persone a cui teniamo, degli animali, del nostro giardino (in senso metaforico e non). Sapete perché va tutto a puttane? Perché non ci curiamo di quello che ci circonda. Viviamo in una società in cui il limite è quotidianamente violato a tutti i livelli: da chi crede che sia legittimo fare un pezzetto contromano sul marciapiede in moto “perché tanto è tutto un casino, che differenza fa” al singolo che intasca milioni alle spalle di molti devastando interi sistemi (sociali, ecologici), rimanendo impunito. Una società in cui anche chi dovrebbe controllare lascia stare, perché tanto sfugge tutto di mano, come sabbia tra le dita. Ma ehi, siamo onesti: la soluzione non verrà dall’alto, e nemmeno dagli altri. La soluzione DEVE essere collettiva, o non ci sarà soluzione. Deve passare per i piccoli gesti: fare bene il proprio lavoro, usare gentilezza al prossimo, ammettere i propri errori, agire onestamente, sorridere e dire “grazie”, lasciar attraversare chi attende alle strisce pedonali (e pazienza se dietro sbuffano), non gettare immondizie a terra (sì, lo scontrino e il mozzicone sono immondizia), pensare prima di parlare, scegliere con coscienza, mettere a posto le cose quando si può, tagliare l’erba quando cresce sulla strada e nessuno se ne cura, piantare alberi ed innaffiare i fiori, non fare del male gratuitamente, ogni tanto davanti a casa pulire e raccogliere l’immondizia (sì, anche quella che non abbiamo abbandonato noi). Qualcuno forse seguirà il nostro esempio, ricambierà il sorriso, si ricorderà del gesto, apprezzerà lo sforzo. Può sembrare poco, ma credetemi.. non lo è. La desertificazione fisica procede di pari passo con quella socio-culturale.
  • Non pretendiamo di conoscere la verità! La verità ha più facce, e anche se nel mondo attuale sembra tutto a portata di mano, beh.. non è così! Nessuno è onnisciente. La realtà è complessa e qualunque semplificazione è destinata a generare ignoranza, becera e arrogante ignoranza! Wikipedia non risolverà i nostri dubbi, la soluzione non è nello smartphone, internet e Facebook con i passaparola virali non ci illumineranno mostrandoci la strada.. a meno che la maggior parte di noi non abbia studiato a fondo la cartina (e sia capace di leggerla!). truth
  • Prendiamo coscienza del fatto che avere un titolo non equivale a sapere, e che l’economia (quella reale, non la sua sovrastruttura finanziaria) non è necessariamente cosa da dottori: si misura nel nostro vivere quotidiano, nel modo in cui trattiamo la nostra casa, la nostra terra, la nostra comunità (oikos-nomos: “regola della casa”).
  • Ah, a proposito: facciamoci un bel ripasso di grammatica e sintassi (vale anche per certi presunti giornalisti)! Come si può esprimere correttamente un pensiero se manca la struttura di regole base necessaria per formularlo? Contrariamente a ciò che si crede, se non riusciamo ad esprimerci correttamente il più delle volte significa che non abbiamo capito neanche noi. [Ovviamente questo post sarà pieno di orrori grammaticali]
  • Ricordiamoci che il mondo è grande e che non basta viaggiare per capirlo, ma che una piccola scelta stolta moltiplicata per milioni di persone è sufficiente a distruggerlo. Ed è quello che sta succedendo.
  • Facciamoci delle domande e diamoci delle risposte! Con umiltà. Informiamoci, ma davvero: non accontentiamoci della prima risposta che ci sembra soddisfacente. Andiamo un po’ più a fondo. Facciamo come i bambini, chiediamoci “perché” fino ad arrivare al nocciolo della questione. Il pressapochismo non è un disturbo da poco, è un cancro insidioso e subdolo che in poco tempo può ridurre in polvere millenni di sapere. Solo se conquistiamo una comprensione profonda siamo davvero liberi di scegliere.

Bene, se vi state ancora chiedendo che cosa c’entri tutto questo con il caldo record, con lo scioglimento dei ghiacciai, la perdita di biodiversità, l’appiattimento culturale, le guerre e la deriva del mondo attuale, rileggete l’ultimo punto.

Concludo con un aneddoto metaforico piuttosto inquietante, ma di indubbia efficacia:

“Immaginate un pentolone pieno d’acqua fredda nel quale nuota tranquillamente una rana.

Il fuoco è acceso sotto la pentola, l’acqua si riscalda pian piano. Presto diventa tiepida. La rana la trova piuttosto gradevole e continua a nuotare.La temperatura sale. Adesso l’acqua è calda. Un po’ più di quanto la rana non apprezzi. Si stanca un po’, tuttavia non si spaventa.L’acqua adesso è davvero troppo calda. La rana la trova molto sgradevole, ma si è indebolita, non ha la forza di reagire. Allora sopporta e non fa nulla. Intanto la temperatura sale ancora, fino al momento in cui la rana finisce -semplicemente – morta bollita. Se la stessa rana fosse stata immersa direttamente nell’acqua a 50° avrebbe dato un forte colpo di zampa, sarebbe balzata subito fuori dal pentolone.

Questa esperienza mostra che – quando un cambiamento si effettua in maniera sufficientemente lenta – sfugge alla coscienza e non suscita – per la maggior parte del tempo – nessuna reazione, nessuna opposizione, nessuna rivolta. Se guardiamo ciò che succede nella nostra società da alcuni decenni, ci accorgiamo che stiamo subiamo una lenta deriva alla quale ci abituiamo. Un sacco di cose, che ci avrebbero fatto orrore 20, 30 o 40 anni fa, a poco a poco sono diventate banali, edulcorate e – oggi – ci disturbano solo leggermente o lasciano decisamente indifferenti la gran parte delle persone. In nome del progresso e della scienza, i peggiori attentati alle libertà individuali, alla dignità della persona, all’integrità della natura, alla bellezza ed alla felicità di vivere, si effettuano lentamente ed inesorabilmente con la complicità costante delle vittime, ignoranti o sprovvedute. I foschi presagi annunciati per il futuro, anziché suscitare delle reazioni e delle misure preventive, non fanno altro che preparare psicologicamente il popolo ad accettare le condizioni di vita decadenti, perfino drammatiche. Il permanente ingozzamento di informazioni da parte dei media satura i cervelli che non riescono più a discernere, a pensare con la loro testa. 

Allora se non siete come la rana, già mezzo bolliti, date il colpo di zampa salutare, prima che sia troppo tardi!”Global-warming-issac-cordalImmagine: “Politicians discussing global warming” di Isaac Cordal

21 Settembre 2014

Forse nel nostro affannarci attorno alle piccole cose non ci rendiamo conto di quanto immenso sia il pericolo che incombe. Il 21 Settembre in tutto il mondo la gente scenderà in piazza per chiedere alla politica mondiale di fare davvero qualcosa per impedire che il cambiamento climatico acceleri e ci porti ad una inevitabile (ed annunciata) catastrofe. Il caldo assurdo di quest’anno in gran parte del mondo, l’inverno inesistente e le pioggie estive qui da noi, il gelo negli States, i tifoni, i tornadi, le siccità ed i fiumi di fango, i raccolti buttati, la morìa di animali, il depauperamento dei mari.. non sono episodi isolati, non sono bizzarrie di una stagione. Ci stanno dicendo che è ora di smetterla di giocare ai bimbiminkia, perchè in gioco c’è il futuro nostro e dei nostri figli, un futuro più vicino di quel che ci piace credere quando ci laviamo la coscienza mettendo un like o firmando una petizione digitale (ma poi parliamone: anche quello a quanto pare è troppo faticoso a giudicare dal numero di firmatari che ha raggiunto Avaaz in questo caso).

La verità è che tutti possiamo fare qualcosa, e la prima cosa da fare è una: dimostrare che ci teniamo davvero. Domenica, per esempio.

Disruption – Official Trailer from Watch Disruption on Vimeo.

E poi ogni giorno.

Spocchia prefestiva (e pure scurrile).

A quanto pare Natale è alle porte. In effetti, siamo arrivati (affannati) al 23 Dicembre. Sono seduta in ufficio, sola. Sono l’unica ad aver terminato le ferie già un mese fa. In realtà comincio a pensare che queste siano le giornate migliori per lavorare.

Mi faccio un caffè nel silenzio surreale del corridoio deserto. Fuori c’è un tempo che definire “di merda” sarebbe riduttivo. Da un paio di giorni la nebbia è così fitta da farmi dubitare di trovarmi davvero sulla costa, per non parlare della temperatura ottobrina. Gli uccellini cinguettano impazziti, addirittura sono fiorite le rose in giardino. Non si capisce più un cazzo.Tossisco come se avessi fumato dieci pacchetti di sigarette, e io non fumo. Ad ogni colpo di tosse ringrazio sentitamente l’escursione termica, unica responsabile della mia voce da trans. Meno male che oggi non chiamerà nessuno.

Sì perchè è il 23 Dicembre, mi dico. Sono tutti impegnati a prendersi a pugni nei negozi per acquistare all’ultimo momento i regali di Natale. Ieri ho dovuto mio malgrado infilarmi da Mediaworld per 5 minuti – cinque! – e sono uscita isterica e depressa. Ma veramente c’è ancora gente che compra roba così fottutamente inutile solo perchè “deve”? Addirittura una pubblicità fuori dal negozio recitava “regala felicità”, dove felicità stava ovviamente per il cofanetto pubblicizzato.

Ma vafanchiulo.

Devo fare la spocchia? Va bene, lo faccio. Non compro più regali da anni, a meno che veramente non ci sia un buon motivo per farlo. Se proprio devo fare un regalo, preferisco realizzarlo io, almeno avrà un qualche significato che non si limiti alla cifra che ho sborsato. E no, non mi sento né particolarmente figa, né superiore, né tantomento intelligente. Anzi, ad essere sincera mi sento piuttosto sfigata perchè non riesco a godermi anche io le lucine, i glitter, la tecnologia, i comfort frivoli del mondo odierno. A volte penso che vorrei essere nata 60 anni fa, oppure anima semplice, libera dalla sensazione di essere bloccata in un sistema assurdo e perverso.

Mentre ero in fila alla cassa, ieri mattina, mi sono ritrovata a fissare in modalità slow motion persone che si trascinavano appresso cover per cellulari, macchinette del caffè di ultima generazione, giochi per playstation, cellulari ipertecnologici e pad di ogni genere. Mentre tornavo a casa, imprecando per la nebbia, fuori dal parco Ikea ho visto gente parcheggiare sui marciapiedi perchè non c’era più posto. Che qualità della vita, gente! Criceti impazziti in un meccanismo infernale.

E allora ecco, mi sono detta, la prova inequivocabile delle aspirazioni suicide della razza umana la trovate presso i centri commerciali nell’ultima domenica prima di Natale. La trovate nel progresso illusorio, nella tecnologia usa e getta, negli ottocento metri in automobile, nelle polveri sottili alle stelle, nei prezzi insostenibili, nelle priorità falsate. Per esempio nelle cover glitterate per cellulari! GLITTERATE, cazzo!

Penso che non voglio sapere quante delle persone che ieri parcheggiavano sul marciapiede fuori dall’Ikea o si spintonavano da Mediaworld poi protestano per la crisi, per l’inquinamento dell’aria, per l’invasione dei prodotti cinesi a basso costo, per la morìa delle nostre imprese, per l’incuria sul territorio.

Sono fastidiosa, fastidiosissima. Altro che spirito natalizio. Meno male che oggi lavoro.