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Negli ultimi giorni mi ritrovo ammutolita.

Mi sento quasi in colpa (anzi, senza quasi) per aver sorriso, pochi giorni fa, alla lettura dei consigli su come affrontare il gelo. Per carità, l’articolo era obiettivamente ridicolo, però in mezzo a tante stupidaggini c’era anche la voce emergenza, e purtroppo l’emergenza – quella vera – si è presentata.

Mi sono venuti i brividi ascoltando le parole del sindaco di Amatrice: “Non so che male abbiamo fatto a Cristo, però sono convinto che tante persone stiano pregando per noi. Io sto qui, non si molla più un centimetro, credo fortemente che dopo la notte viene sempre il sole. Pensiamo sempre nel momento estremo che siamo uomini e donne fortunati, perché altri amici ci hanno abbandonato”.

L’inchiostro virtuale in questi giorni è secco. Oggi ho solo bisogno di mettere nero su bianco che questo nostro Paese così bello si meriterebbe più attenzione, più cura, più cuore, e non solo nel disgraziato momento dell’emergenza, non solo grazie alle braccia ed agli sforzi di chi – invisibile – lavora davvero per la collettività.

Non so se credo ed in che cosa credo, ma in questi giorni prego anche io.

Una lettura utile e necessaria.

Breve parentesi.

Per votare con cognizione di causa al referendum del prossimo 4 Dicembre consiglio vivamente la lettura del disegno di legge. Qualcuno l’avrà già letto, qualcuno no.

Ricordo che non si vota pro o contro il Governo attuale, ma su un testo ben preciso e nemmeno troppo complicato.

Qualunque sia il nostro punto di vista, pensiamo con la nostra testa, e non con quella altrui.

Mi sembra che nel chiasso di questi mesi si sia perso di vista l’oggetto reale di questa riforma.

Inoltre, rileggersi parte della Costituzione male non fa.

La riforma – i due testi a confronto

Dopodiché, a ognuno la legittima libera scelta.

E con ciò chiudo la parentesi.

Before the flood. A must watch.

You don’t need to speak good english to watch this.

You don’t even need to be interested in climate change: this documentary is made to awake your interest.

You need to watch it cause everyone of us is part of this problem, which is real and is already causing damage.

We are all in this together, and will be more and more as time goes by.

You should watch it cause til tomorrow it’s still free and honestly 1h30 is the minimum amount of time all of us should spend meditating about this.

Non c’è bisogno di conoscere bene l’inglese, e nemmeno di essere particolarmente interessati all’argomento per guardare questo documentario, è fatto apposta per accendere il nostro interesse.

Dovete guardarlo perché ognuno di noi è parte di questo problema, che è reale e sta già velocemente procurando danni.

Siamo tutti nella stessa barca, e con il passare del tempo saremo coinvolti sempre di più.

Dovete guardarlo perché fino a domani il documentario è gratuito in streaming e credo che un’ora e mezza sia il minimo – davvero il minimo – che ognuno di noi dovrebbe investire in termini di tempo su questo argomento.

Ci piaccia o no, prima o poi lo dovremo affrontare.

Quaranta punti di domanda.

Quarant’anni fa un terremoto violentissimo scosse il Friuli. Era il 6 Maggio del 1976. Questa data è diventata con il tempo un simbolo, il vero spartiacque della storia regionale. L’esperienza della ricostruzione, guidata dal motto “Prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese”, è ancora oggi motivo di orgoglio per un popolo che ha saputo davvero rialzarsi dalle macerie, costruendo non solo quello che c’era prima del tragico evento, ma molto, molto di più.

Da povero che era, il Friuli è oggi una terra prospera, nonostante la crisi. Una terra di tradizione ed industria, di bellezza e gusto, per non parlare dei tesori d’arte e cultura che racchiude.

Qualche giorno fa mi sono recata a Udine per lavoro. La città è splendida, ricolma di gioielli attraverso i quali ripercorrere la storia della Repubblica di Venezia dal Quattrocento al Settecento.

Camminando attraverso il centro storico mi sono fermata per un attimo sotto la Loggia del Lionello, un capolavoro dell’architettura di sapore veneziano a cavallo tra il XV ed il XVI secolo. Disegnata da un orafo, la Loggia appare proprio come un enorme scrigno bianco e rosa, i soffitti in legno scuro e la pavimentazione a scacchi colorati.

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Ed ecco che lì, accanto all’immagine della Madonna con bambino del Pordenone, a due passi dalla scalinata palladiana, ho visto tre ragazzine sui sedici anni sedute per terra con i jeans strappati, i capelli piastrati, il trucco insolente ed il visetto imbronciato. In una mano reggevano una sigaretta, nell’altra il cellulare. Poco più in là sedeva un gruppo eterogeneo di ragazzi, più o meno giovani: capelli rasta, anelli al naso, sigarette rollate, colori arcobaleno. Ho captato qualche frase, l’argomento di conversazione tra una boccata di fumo ed un sorso di birra era l’esperienza spirituale di uno di loro in India.

Non mi sono trattenuta molto, ho dato però un’occhiata al termometro a spire bimetalliche che pende dal soffitto in legno della Loggia e mi sono chiesta se qualcuno di quei ragazzi avesse idea dello splendore di arte e scienza tutto attorno a loro, o se lo stessero dando per scontato (come peraltro ho fatto anche io fino a qualche anno fa).

Camminando per le strade sono rimasta abbagliata dalle mille vetrine luccicanti, incasellate nei vani di antichi palazzi secenteschi le cui facciate recano ancora traccia di affreschi e decorazioni stupende. Zara, H&M, Boggi, Tod’s, Sephora, o ancora mille caffetterie, ristorantini. Sui tavolini sparpagliati in Piazza San Giacomo era pieno di ghiotti taglieri e calici lucenti. A terra mozziconi di sigarette, bicchieri di plastica, scontrini stropicciati. Un’ordinaria domenica di scontata opulenza, malgrado le vacche non siano più grasse come un tempo.

A distanza di quarant’anni, ogni volta che da qualche parte la terra trema il Friuli ricorda con orgoglio il ’76. Ricorda (giustamente!) la forza e la dignità della propria gente, il senso di comunità e del lavoro attorno ai quali si era stretta e sui quali aveva ridisegnato, pietra su pietra, un’identità di cui andar fieri. Ma oggi – mi chiedo – di fronte ad un’emergenza saremmo capaci di fare altrettanto? O ci riveleremmo spauriti e fiaccati dalla ricchezza in cui siamo immersi, senza nemmeno rendercene conto, dimentichi dell’anima di questi luoghi?

Me lo sono chiesta annusando le scie di profumo delle signore griffate in via del Mercato Vecchio, guardando i capelli ondulati dei ragazzi seduti stravaccati nei bar, o le ragazzine dall’età indefinibile con in mano il cellulare e sacchetti di carta di noti marchi di vestiario. Me lo sono chiesta guardando gli uomini panciuti con la camicia semi aperta sul petto, la pelle abbronzata e le mani curate. Me lo sono chiesta guardandomi riflessa in una vetrina, io per prima così usa al benessere da potermi permettere senza sforzi il lusso di imparare.

Non credo che il passato fosse migliore, questo no. Ma mi sconcerta constatare che il benessere diffuso spesso non si è tradotto in un reale miglioramento culturale, in un senso di appartenenza più profondo, in una maggiore consapevolezza di ciò che abbiamo, ma solo in un’accessibilità cui spesso non attribuiamo alcun valore, perché è lì a disposizione. Una porta aperta su un mondo che non ci interessa scoprire o recuperare, perché pensiamo ci appartenga. E invece, mi dico, è sempre più lontano.

About democracy.

Come on, are we REALLY considering Brexit and Donald Trump? What the hell is going on? How come we are apparently more ignorant, closed-minded and scared than ever, in spite of all the possibilities we’ve been given?

trump

Today is a defeat, no matter the result.

Europe was a dream, how did it become a nightmare? I wish we could ask people “How do you want Europe to be?” instead of “Do you want to leave or remain?“. Cause the last one isn’t really a democratic choice, it sounds way more like a take-it-or-leave-it blackmail. Democracy is much about participation and involvement, it has nothing to do with the passive resignation I’ve been perceiving lately. It has nothing to do with this top down economics, with this pretentious science which has no soul, nor contact with reality. The referendum candy is just a dangerous illusion. Whatever happens today, I hope we will be able to take back our right to choose which kind of Europe (which kind of world) we want to live in.

szandri brexit

Tutti i colori del mondo.

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Oggi va così.

Ma potremmo usare tutti i colori del mondo, ché mi sembra nessuno si salvi in questa assurda spirale di delirio.

C’è che mentre lo schermo mi restituisce notizie tristi e preoccupanti, fuori dalla finestra il sole splende, il vento accarezza le foglie, gli uccellini cantano.

Si vede che gli uccellini e gli alberi, le nuvole ed i gatti non hanno Twitter, non hanno Facebook, non leggono i giornali e non pretendono di avere ragione.

La natura è indifferente al nostro affannarci, è indifferente al nostro odio ed ai nostri proclami, è indifferente agli abusi quotidiani che perpetriamo a danno di creature innocenti, senza alcuna distinzione di razza, colore o credo.

La natura continua e continuerà ad illuminare noi uomini piccoli con il suo sole, a bagnarci con la sua pioggia, a flagellarci con grandine e venti impetuosi, a spazzarci via quando lo vorrà, dall’oggi al domani, senza un perché. Ai tramonti di fuoco seguiranno notti stellate, e poi ancora giornate di nebbia, di luce, di acqua, di vento, colorate di tutte le sfumature del mondo. Moriranno le nostre piccole ragioni, i nostri affanni e le nostre paure, le nostre misere pretese e le nostre ottuse verità.

Tornerà il sole anche senza di noi.

Rimarrà in silenzio ciò che è sempre stato, ciò che noi uomini piccoli diamo scioccamente per scontato.

Com’è bello far lo struzzo da Colonia in giù.

Ultimamente tento di non leggere i giornali, di non ascoltare le notizie alla radio ed in televisione. Evito come la peste i talk show in cui si tratta di politica. Faccio come gli struzzi, che infilano la testa sotto la sabbia anche se con questo non sono affatto al sicuro, perché il loro bel sederone piumato rimane fuori, bene in vista (vabbeh, poi lo sappiamo che la storia della testa sotto la sabbia è una fuffa, ma rende l’idea). Mi illudo così di limitare i fattori di stress, dal momento che la sottoscritta è già di base abbastanza soggetta a nervosismi ed ansie.

Ogni tanto però sono gli articoli a venire a me, e così negli ultimi giorni ho letto mio malgrado diversi pezzi sui fatti di Capodanno.

Ecco. Praticamente sono diventata bionda.

L’assurdità di certi commenti relativamente a quanto è accaduto a Colonia (e non solo) mi fa pensare che siamo ormai ben OLTRE il limite della decenza intellettuale. Giuro che neanche impegnandomi riuscirei a partorire teorie come quelle che ho letto in giro. Dispiace ed allarma che così tante persone che hanno la possibilità di scrivere su quotidiani nazionali (non solo italiani) o di aprire bocca in televisione non abbiano evidentemente mai passato più di qualche ora in quartieri come quello di Midi, a Bruxelles, dove quando cammini ti senti un bersaglio mobile solo perché donna, se poi hai gli occhi azzurri non parliamone nemmeno. Dove ogni due passi qualcuno ti importuna e spesso non puoi reggere lo sguardo di chi incontri senza sentirti inquisita. Dove la vita di ogni giorno si colloca a mezzo passo in scala dai fatti di Colonia.

A chi sostiene che sono fatti che possono capitare ovunque mi permetto di obiettare che non è proprio così: una cosa è incontrare l’uomo di turno che ti fa i complimenti o allunga le mani in autobus, lungo una via, in un locale. Capita, puó obiettivamente capitare ovunque che qualcuno ti importuni più o meno violentemente, e questo ci dice che la strada per la vera libertà della donna è ancora molto, molto lunga. È cosa ben diversa peró se lungo una via sono in tanti a fare apprezzamenti pesanti, ad allungare le mani, a metterti a disagio tanto da spingerti ad evitare quella zona. Ed è rilevante se ció accade spesso in quartieri a maggioranza musulmana, o in aree disagiate.

Non faccio alcuna fatica a credere che tra i responsabili di quanto accaduto ci siano ragazzi di origine nordafricana, allo stesso modo in cui non faccio alcuna fatica a credere che tanti italiani – solo per fare un esempio – evadano il fisco senza farsi troppe remore (e non solo in Italia).  E così via per ogni caratteristica più o meno transitoria di un popolo su cui basiamo i nostri più triti e ritriti pregiudizi. Il pregiudizio è sbagliato, ma altrettanto sbagliato è il politically correct  a tutti i costi. Se un problema esiste bisogna riconoscerlo serenamente e tentare di risolverlo, nell’interesse di tutti. Ma proprio di tutti.

Mi sfugge quand’è che un’affermazione oggettiva come “le persone che mi hanno aggredita avevano un aspetto nordafricano/arabo” diventa agli occhi di qualcuno un’accusa generalizzata e come tale “razzista” nei confronti di un’intera categoria di persone. Esclude forse il fatto che ci sono anche tanti uomini europei che usano violenza alle donne? Esclude forse il fatto che tanti nordafricani/arabi/musulmani non lo farebbero mai? Per quanto mi riguarda i responsabili dei fatti di Capodanno sono prima di tutto uomini, e solo poi sono uomini con determinati tratti somatici e background socio-culturali. Ciò non toglie che individuare quelle persone ed i loro background sia necessario per circoscrivere l’origine del problema e trovare una soluzione. Si può ancora dire le cose come stanno senza essere etichettati sbrigativamente? O per quieto vivere bisogna per forza essere mainstream? Si puó dire che in certi paesi, in certe culture la donna generalmente non gode dello status che in Europa ha faticosamente conquistato (e neanche tanto tempo fa, e neanche del tutto)? Si puó affermare che questa differenza di vedute costituisce un ostacolo all’integrazione? E si può dire – o almeno posso, in quanto donna – che la società in cui viviamo da questo punto di vista è migliore di altre, anche se sicuramente non perfetta? Perché se non si puó dire, allora non ha neanche senso mettersi a discutere.

Come può una persona in buona fede – a meno che non sia completamente accecata – pensare che un’azione del genere sia stata messa in piedi (cito il Corriere della Sera) “da gruppi xenofobi che potrebbero aver aizzato gruppetti di immigrati per poi cavalcare l’indignazione causata dagli assalti“? Eppure qualcuno lo ha insinuato e qualcuno lo ha pure scritto. La domanda è: questo qualcuno lo pensa davvero o distorce la realtà più o meno consapevolmente nel nome di un’idea, di un volemossse bbbene a tutti i costi?

In entrambi i casi c’è qualcosa che non va. Questo voler negare anche l’innegabile, e cioè l’esistenza di un ostacolo all’integrazione insito in alcune differenze culturali (NB quelle stesse differenze che invece va di moda sottolineare quando si decanta la bellezza del melting pot e della multiculturalità) ed inasprito dall’emarginazione sociale è spia di un problema molto grosso, BEN più grosso dell’immigrazione tout court. Non è circoscrivibile cioè all’arrivo o meno di tante persone – persone come noi, di cui molte oggettivamente in fuga dalla guerra o alla ricerca di una vita migliore – bensì si allarga alla complessa gestione di questo fenomeno, in tutte le sue sfaccettature: dall’accoglienza all’inserimento, dalle politiche di integrazione al monitoraggio del disagio sociale, dall’apprendimento della lingua all’inserimento lavorativo, dall’obbligo del rispetto della legge all’incentivazione della conoscenza reciproca, dalla necessità di un dibattito inclusivo alla qualità dell’informazione. Riguarda l’effettiva capacità di accogliere e di far fronte alle sfide (peraltro non nuove) che si presentano via via, senza facili allarmismi né buonismi ipocriti, nella piena consapevolezza sia dei propri irrinunciabili valori, sia dei paletti che è necessario piantare a terra per garantirli. Ma noi siamo sicuri di sapere quali sono i nostri valori irrinunciabili?

Constato amaramente che si tratta di un problema che affonda le proprie radici più profonde proprio in noi: nella nostra non-cultura, nella nostra incapacità di riconoscere sì i nostri difetti, ma anche i nostri pregi. In ultima analisi nel nostro fragile senso di identità, cui abdichiamo facilmente a favore di un piatto universalismo culturale che fa torto a tutti – e che francamente trovo aberrante, soprattutto in considerazione del fatto che vi approdiamo sconfitti ed impoveriti, paradossalmente proprio in nome della libertà di essere diversi.

Non ci guadagna nessuno, eppure sembriamo quasi compiacerci di questa mollezza, sospesi come siamo nella nostra fragile, luccicante bolla di sapone. Peccato che la bolla rischi di scoppiare da un momento all’altro, stretta nell’incapacità di garantire regole davvero uguali per tutti, diritti e doveri realmente uguali per tutti, possibilità davvero uguali per tutti.

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E con ciò, torno ai miei disegnetti.

meglio