Love.

La primavera è diventata quasi estate nel corso di una notte, mentre danzavamo sulle note degli anni 50 e 60 sulla stessa terrazza sulla quale abbiamo trascorso tante estati da bambine.

Ho lasciato che mi colorassero le labbra di fucsia e mi raccogliessero i capelli in un’acconciatura d’epoca, simile a quelle che le mie nonne portano sorridenti nelle foto in bianco e nero che ho a casa. Mi sono guardata allo specchio e stranamente mi sono piaciuta, con quelle labbra colorate e gli occhi grandi per i bicchieri ed il mascara.

Sul mare si raccoglievano nuvole scure l’altra sera, le si vedeva bene dalla terrazza dell’Ausonia, ma verso terra il cielo era ancora libero e l’aria era calda, per la prima volta tiepida sulle braccia e tra i capelli.

Abbiamo ballato e riso; siamo tornate a notte fonda, e per un attimo sono rimasta in macchina davanti a casa, aspettando che uno scroscio di pioggia tardivo si sfogasse sulla città. Mi fermo spesso in auto per qualche minuto, una volta spento il motore, soprattutto se alla radio passa la canzone giusta. Malinconia notturna.

Al mattino il mondo aveva il colore intenso di Maggio, e per la prima volta sono uscita al sole senza indossare un maglione ed era tutto così bello: i fiori, le rondini in alto nel cielo, il mare blu in lontananza, gli uccellini canterini fuori dalla finestra, le cime verdi e tenere degli alberi.

Le confidenze di questi giorni mi stordiscono e al tempo stesso, anche se non so perché, accendono nel cuore una piccola scintilla: vedo che tutto si muove, si assesta, si sposta e perde l’equilibrio… in cerca di equilibrio. Eppure quando mi fermo un attimo in tutto questo movimento, talvolta doloroso, percepisco una scomposta armonia.

Ieri pomeriggio ero in città, per la prima volta dopo tanto tempo non ero di fretta. Mi sono fermata lungo il viale alberato che attraversa il centro e mi sono seduta a bere una blanche, da sola. C’era un’aria leggera, preludio d’estate. Mi sono goduta un quarto d’ora di silenzio interiore.

A volte il nostro percorso è difficile da capire, sempre che abbia un senso. Forse siamo noi che in qualche modo dobbiamo provare a darglielo: scegliere le inquadrature, il punto di vista, la musica… ed il modo di raccontare la storia.

Vorrei.

Vorrei che sapessimo mostrarci tutti un po’ più deboli.

In questi giorni di pioggia tutto è grigio, umido e scomodo. Il traffico è isterico, prima me ne stavo seduta in macchina a guardare i grossi goccioloni che scivolavano sul parabrezza, accelerando, frenando, scalando le marce come un automa. Ho spento anche la radio: troppi rumori per i miei gusti, troppi stimoli.

Anche il mio umore è buio, si colloca in quella penombra umida delle mattine di pioggia, quando la sveglia suona e aprendo gli occhi pensi per un attimo di aver sbagliato l’impostazione dell’ora.

Questa mattina gli argini hanno ceduto e mi sono ritrovata a singhiozzare come una bambina, in ufficio. Detesto piangere di fronte agli altri, ma non ho potuto farci niente: le lacrime sono venute a galla, hanno inondato gli occhi, e a quel punto come fermarle?

Da due settimane la vita è tornata normale. Giorno dopo giorno lo stupore si allontana, lasciando vuoto quello spazio che piano piano aveva scavato dentro la mia mente e che non sapevo nemmeno di avere. A tratti me ne dimentico, poi invece qualcosa mi riporta lì e basta un niente per precipitare.

Per calmarmi mi sono fatta una tisana, la bustina me l’ha data una collega e sulla piccola linguetta di carta c’è scritto “There is nothing more precious than self-trust“. Il sapore mi ha riportata per un attimo a Bruxelles, perché dove lavoravo c’era sempre lo Yogi Tea per tutti e ricordo chiaramente le lunghe giornate passate in quello spazio magico, una vecchia fabbrica di cioccolata con dei finestroni immensi e tanta gente strana, interessante. Con molte di quelle persone non ho mai parlato, con alcune sì. Ma della maggior parte di loro ho un mero ricordo di facciata.

Non è facile mostrarsi deboli, aprirsi agli altri.

Ieri mentre guidavo un Ape 50 verde mi ha tagliato la strada. Ho suonato il clacson, ero arrabbiata, poi nel superare il piccolo veicolo ho visto che al volante c’era un signore anziano un po’ sbilenco. I nostri occhi si sono incrociati brevemente e subito la rabbia si è sgonfiata, è volata via come l’aria da un palloncino bucato. Non lo so, qualcosa nel suo sguardo mi ha suggerito che non si era reso conto di avermi tagliato la strada. Chissà a che cosa stava pensando.

Una settimana fa un signore che conosco appena mi ha fatto una confidenza dolorosa, lasciandomi per qualche minuto lì impacciata, a rigirarmi tra le mani una verità che avrei preferito ignorare. Mentre tentavo di darmi un contegno ho visto che scriveva un messaggio, ed era tutto un susseguirsi di cuori ed emoticon infantili. Ho immaginato per chi fosse quel messaggio, ed in quelle dita tozze che digitavano incerte sullo schermo del cellulare ho intravisto tutto il dolore e contemporaneamente tutto l’amore del mondo.

Il dolore degli altri fa male anche a noi, mi sono detta, perché spesso non sappiamo come comportarci. E forse ci siamo abituati al fatto che tendenzialmente le debolezze si nascondono, quasi fossero difetti. La facciata è sempre sorridente, soprattutto oggi, in questo mondo social in cui il like diventa facilmente misura del nostro valore.

Invece penso che ci scopriremmo tutti più vicini e più simili, se solo sapessimo condividere senza troppa vergogna anche i nostri limiti e con essi lo scoramento, le paure, il dolore. Aiuterebbe certamente a lavare via il lato oscuro di queste emozioni, ad elaborarle ed a ripulire l’anima, rendendoci più forti.

C’è un mondo al di là di ogni facciata, ed è fatto di tutte le sfumature di sole e di pioggia capaci di dar vita agli arcobaleni.

Fade out.

Quando faccio uno sforzo fisico notevole i muscoli non mi fanno male subito. Impiegano più di un giorno per farsi sentire, a volte anche di più. Talvolta nel momento in cui cominciano a farmi male mi sorprendo perché non collego subito il dolore allo sforzo compiuto. Da ipocondriaca quale sono mi preoccupo, salvo poi realizzare che sì, se mi fanno male c’è un motivo. Poi pian piano il dolore svanisce e se a breve riutilizzo quei muscoli li sento più allenati, più tonici. A lungo andare, allenamento dopo allenamento, si sviluppano e non fanno più male. Anzi, mi danno sicurezza.

Qualcosa di simile sta succedendo dentro di me, con i tempi dilatati delle emozioni. Ci sono cose possono sembrare sciocche, ma che da parte mia hanno richiesto davvero tanto sforzo e solo a distanza di anni, alle prese con il dolore, me ne sono resa conto. Quello sforzo si colloca in un passato ormai lontano, e sembra impossibile che dopo così tanto tempo i muscoli emotivi ancora ne portino traccia. Eppure è così.

Guardo ai miei piedi e vedo che da piccolo seme spaurito ho messo radici precarie su un terreno aspro; mi ci sono attaccata con tutta me stessa e pur sentendomi instabile ad un certo punto, stanca dell’oscurità, mi sono spinta verso l’alto, verso il sole, sempre più su, lontana dal buio, finché pian piano la tensione si è affievolita e mi sono ritrovata in grembo un dolore inaspettato e persistente, che mi ha spaventata. Reggerò? – mi sono chiesta.

Ma le radici hanno continuato a lavorare nella terra dura e piano piano, millimetro dopo millimetro si sono fatte più solide, più robuste. Ieri sono tornata a massaggiare quel punto così delicato, con l’apprensione di sempre, e mi sono accorta che non duole più. Avverto solo un leggero fastidio, quasi un solletico che mi blocca a metà tra una smorfia ed un sorriso. La debolezza è arretrata fino alla fibra più recondita del muscolo, facendosi forza.

Mi sento come un fusto nel momento in cui sta per farsi albero, quando la corteccia tesa inspessisce e proprio lì, su quel bozzo duro, si intravvede la promessa un nuovo ramo.

szandri nuovi rami

Grigio.

Che confusione dentro, in questa giornata grigia in cui la pioggia non cessa di cadere.

Che voglia di staccare la spina e di lasciare fuori dalla porta tutti i pensieri superflui e chiassosi della moltitudine, per raggomitolarsi su quello che davvero ha un senso e che merita la nostra attenzione.

Ché a stare a sentire anche il chiasso altrui uno non capisce più che cosa prova, che cosa lo tormenta, e magari va a finire che trova risposte giuste, ma a domande sbagliate.

grigio szandri

Erbe matte.

Stai facendo colazione, è la mattina del tuo compleanno. Non stai pensando a niente se non a centrare la tazza di caffè con il biscotto al cioccolato che hai in mano e quando il cellulare vibra lo guardi senza sospettare alcunché. Ed ecco la sorpresa: tra i primi a farti gli auguri quest’anno c’è proprio chi non te li ha mai fatti, nonostante tu per tanto tempo in quel giorno abbia desiderato solo quello – davvero solo quello. Ecco, e invece adesso che non ti aspetti assolutamente nulla quelle poche, maledette righe arrivano e sono pure gentili, quasi tenere. A tratti allusive, malinconiche, forse anche un po’ beffarde. Forse volevano essere una carezza, chi può dirlo, ma ti feriscono come uno schiaffo.

Non vorresti, eppure per un attimo quelle poche righe riaprono una voragine dentro, ti fanno franare improvvisamente addosso la montagna di sogni e delusioni che hai accumulato per anni, sola con la tua ossessione, e che ad un certo punto – non sapresti nemmeno dire come – hai deciso di arginare. Quattro anni di solitudine amara, interrotti qua e là da sporadiche gocce di dolcezza.

Oggi quelle gocce si sono rapprese sulla superficie opaca dei ricordi, ma basta inumidirle un po’ per avvertire ancora il loro sapore zuccherino, impagabile come l’acqua dopo una lunga sete. E allora è fin troppo facile perderti per un attimo, colta di sorpresa. Dimenticarti del deserto che si allungava tutto attorno, delle mortificazioni, della bruciante delusione con cui hai pagato quei rari momenti. Della sete poi, di nuovo, ancor più intensa.

Ma è solo una debolezza. Rileggi ancora una volta quelle poche righe, ed ecco che all’improvviso vedi con disarmante chiarezza che giardino meraviglioso hai voluto a tutti i costi regalare un giorno a chi non lo voleva, tanto tempo fa, per vedertelo restituire arido e impoverito. Forse per la prima volta dopo anni ti rendi conto di quanta fatica hai fatto per recuperarlo, quel tuo giardino interiore, sperando che un giorno potesse tornare così bello: hai tagliato i rami secchi, rivoltato le zolle, piantato nuovi semi, lo hai annaffiato con cura. E così oggi vi crescono di nuovo piante e fiori stupendi, anche se sono molto diversi da quelli di un tempo: hanno bisogno di più cura, di più attenzioni, fioriscono con pudore, diffidano della dolcezza – che pur oggi non manca.

Capita a volte che proprio quando non te lo aspetti, quando ormai da tempo non ci pensi più e tutto sembra appartenere ad un’altra vita, il passato irrompa come una tenace erba matta in questo nuovo giardino, scoprendo cicatrici del passato. Non è necessariamente un male, anzi: lo osservi, affascinata dalla forza con cui spontaneamente buca la tua terra dura, poi lo estirpi e lo metti da parte. Confidi che tornerà un domani a nutrire quel suolo, restituendogli pian piano l’originaria morbidezza.

(Speriamo non troppo piano, però)