Il profumo del basilico.

Quando non la bagno per qualche giorno, la piantina di basilico che ho sul davanzale assume un’aria stanca. Le foglioline cominciano a piegarsi su se stesse, alcune si accartocciano sui bordi e la terra tutt’attorno agli steli si ritira, come se in profondità le radici stessero succhiano tutta l’umidità possibile dal suolo in cui sono conficcate. In effetti credo sia così.

Stamattina facendo colazione mi sono accorta dello stato in cui versava, perciò ho riempito la brocca e l’ho bagnata per bene. Appena l’acqua penetra nella terra, la pianta emana un profumo meraviglioso di basilico fresco. È il momento che amo di più: l’acqua è linfa che scorre e quel profumo è segno di vita.

Accanto al basilico c’è un’orchidea che ci hanno regalato quando ci siamo sposati. Era de un po’ che sonnecchiava, oggi invece un bocciolo si sta schiudendo e quindi se va tutto bene tra qualche giorno sboccerà uno splendido fiore.

Io con le piante ci parlo. Forse è una cosa da matti, però a me sembra che non ci sia niente di male nell’interagire – per quanto goffamente – con un organismo vivente.

Accarezzo il rosmarino e la salvia, il tronco del ciliegio. Saluto ogni mattina ed ogni sera la zamia che mi fa compagnia in ufficio, e quando bagno le piante in casa tento sempre di dedicare a ciascuna un pensiero positivo. Le osservo muoversi, impercettibilmente, a cercare la luce.

Forse effettivamente è una cosa da matti, in un mondo che non si ferma quasi mai ad osservare, ma a me va bene così e soprattutto mi conforta l’idea che in quelle foglioline lucenti che mi salutano con il loro profumo io possa scorgere – anche nella penombra del mio piccolo appartamento – tutta la stupenda, dolorosa meraviglia dell’universo.

Ad ogni stagione mi innamoro.

Non avrei mai pensato che si potesse amare così profondamente un luogo.

Trieste è stupenda in queste prime settimane di estate. Oggi in pausa pranzo avevo un po’ di tempo e ho deciso di fare due passi vicino al mare.

Ho attraversato le due bretelle cittadine, rumorose e calde, zeppe di auto e motorini, e mi sono diretta lì dove l’asfalto si sfalda silenzioso al sole, verso il Porto Vecchio.

Sulla cima del magazzino numero 2 svetta ancora una stella arrugginita. L’ingresso è sbarrato da un cancello sul quale si arrampicano le erbacce. Lo sguardo vaga nell’immensità delle strade vuote del porto, dove una volta tutto era vivo e dove ora regna solo un pieno silenzio.

Il sole delle 13 picchia. Il rumore del traffico si sta affievolendo, lascia spazio allo sciabordio delle onde. A due passi dalle auto in sosta ozia Ursus, una gigantesca gru galleggiante in pensione; è ormeggiata a fianco dei magazzini vuoti e con la punta si spinge ardita oltre i cespugli, verso il cielo, dove garriscono i rondoni. Le onde rimbalzano sulla banchina e si incastrano nell’angusto spazio che la separa da Ursus e dai suoi possenti galleggianti. Sciàc, sciàc. 

Due enormi meduse bianche e viola fluttuano a due passi da me. L’aria sa di ruggine e sale. Saltello da un pezzo di ferro all’altro, senza toccare la pietra, come quando da bimba giocavo a portone.

Seguo il mare fino alla fine del molo, dove un signore pesca tranquillo. Mi guarda, lo guardo. Lui torna a pescare ed io lascio che lo sguardo vaghi nel blu luccicante che abbiamo di fronte.

Alla nostra sinistra svetta il profilo massiccio di una nave da crociera, ormeggiata di fronte alle rive eleganti di Trieste. A destra la distesa immensa del vecchio porto. L’aria è densa di rumori, eppure io percepisco solo uno splendido silenzio.

Non so dire esattamente che cosa riconosco di me, in questo luogo. Ho la sensazione che qui alberghi un “per sempre”.

szandri- porto vecchio trieste

I piedi nudi nei sandali, l’asfalto bollente. Le cime d’ormeggio che si consumano nell’acqua salata. La mano che si alza a proteggere gli occhi. Le rondini che giocano a rincorrersi volando alte, sopra i tetti. Il ferro sui cui brillano i cristalli di sale lasciati dal vento e dalle onde. I cespugli che crescono selvaggi negli edifici abbandonati. La sensazione fisica, quasi dolorosa, di una perenne attesa.

Qui il tempo si è fermato, per fortuna o purtroppo, e sotto la luce verticale del sole, che mette impietosamente a nudo tutto ciò che illumina, mi sembra di vedere l’anima di una città che non si è ancora venduta. Un angolo in cui riconoscersi.

In due.

Sono giornate piene di cose da fare.

Corro dalla mattina alla sera, raramente mi fermo.

Ogni mattina però ho appuntamento con una manciata di secondi di quiete: il tragitto che compio in automobile mi porta regolarmente ad un collo di bottiglia, un restringimento di carreggiata per cui devo per forza fermarmi per qualche secondo ed attendere che le auto provenienti dalla direzione opposta transitino.

E lì li vedo, quasi ogni mattina.

Lui è alto, ha i capelli grigi ed indossa sempre degli occhiali scuri. Da giovane doveva essere imponente, ora cammina un po’ curvo, ingobbito dagli anni. Alle sette e cinquanta del mattino è già vestito bene, solo raramente l’ho visto con indosso una tuta grigia, ma sempre in ordine.

Il cane è un vecchio cane pastore. Da giovane doveva essere un gran bel cane. Lo è tuttora, ma oggi la sua figura un po’ impacciata tradisce la stanchezza dell’età. Il pelo è folto, color nero e caramello, il muso elegante. Un bellissimo pastore tedesco.

Camminano entrambi guardando a terra. O meglio: l’uomo guarda il cane, il cane guarda il marciapiede. Camminano vicinissimi e molto, molto lenti. Ad ogni passo l’uomo esita ed attende che il suo compagno di passeggiata lo segua. Il cane cammina con fatica, ma in tranquillità. Sembrano entrambi incuranti del traffico, del rumore che li circonda mentre percorrono insieme quel breve tratto in salita.

In quel tratto di strada pare che per entrambi la presenza dell’altro sia l’unica cosa che conta.

Li guardo sempre con il cuore che trabocca e la voglia di dire loro quanto sono belli insieme.

Mattino.

L’autostrada si allunga dritta davanti a me,  la luce del mattino è ancora tenue ed una leggera nebbiolina indugia sui lati esterni delle corsie, sospesa tra l’asfalto ed i ciuffi d’erba che aggrediscono il bordo strada.

A destra e a sinistra si allarga la campagna;   con la coda dell’occhio catturo ad intermittenza sprazzi assonnati di verde, grigio e rosa. Tutto sembra dormire: non un guizzo,  non un movimento.

All’orizzonte si stagliano le sagome scure delle montagne. La prima fila di cime, dalle punte morbide ed arrotondate, sembra quasi ritagliata nella carta. Un attimo più in là si ergono le punte più aguzze, già illuminate dal sole rosa del mattino. Sembrano denti, ed il sole illumina crudo ogni loro fessura.

L’automobile si muove veloce e ogni cosa, tutt’attorno, pare immobile. La strada, i campi, le montagne. Sembrano quasi appartenere ad un altro tempo.

All’improvviso percepisco un movimento davanti a me, sulla sinistra. Un frullìo d’ali, quasi un brivido: un piccolo stormo di uccellini scuri si alza in volo e attraversa l’autostrada. Le sagome nere dei volatili si stagliano contro il cielo azzurrino, poi si mescolano al rosa delle montagne, scendono fino a confondersi con gli alberi spogli e si chetano nella nebbiolina che avvolge la campagna.

Per un breve momento il mondo è in movimento. È solo un attimo, peró; pochi secondi di dilatata meraviglia e poi la strada torna a scorrere, semivuota, mentre tutto il resto, attorno a me, ancora dorme.

Un sabato d’autunno.

É tornata la pioggia, ma poco male, perché mi attendono due settimane di studio matto e disperatissimo.

Anche il sabato é dedicato ai libri, quindi in questa giornata grigia a malapena mi schiodo dalla sedia. La pioggia tamburella sulle finestre, c’é vento ed i vetri sono ricoperti di sfere liquide, tonde e scivolose.

Dopo pranzo mi butto cinque minuti sul divano. Sono sola ed in casa c’é un gran silenzio. In realtá non proprio. Tuttavia non lo sento subito, il rumore del silenzio, ma solo dopo un paio di minuti, quando ormai sono ad un passo dal sonno: l’orologio della cucina segna il tempo con un ticchettìo leggero.

Con gli occhi chiusi e questo rumore in sottofondo mi sembra di essere di nuovo a casa della nonna. A volte andavo da lei a studiare e mi fermavo fino a sera, lontana da ogni distrazione. Me ne stavo in una stanza distante dal soggiorno, silenziosissima e buia, con un tavolo signorile ed una lampada da studio. Quando alzavo gli occhi dai libri e li piantavo nell’oscuritá davanti a me sentivo sempre questo stesso ticchettìo, era come se emergesse da quel buio familiare. A volte allora mi alzavo, percorrevo il lungo corridoio scuro e facendo scricchiolare il parquet raggiungevo il soggiorno, dove la nonna leggeva o guardava la televisione, sprofondata in una grande poltrona nera. Oppure andavo in cucina, aprivo i cassetti di metallo, color crema, e pescavo con le mani qualcosa di buono. Era sempre tutto buono, in quella casa, e ne amavo l’oscurità serale, rotta qui e lì da luci piccole e insolenti. Sembrava che tutto fosse addormentato al di fuori di quei cerchi luminosi.

Apro gli occhi, mi scrollo il sonno di dosso ed ecco che il ticchettìo torna a farsi impercettibile. Mi rimetto a studiare, poi torna lui e ci beviamo un caffé. L’odore del caffé nei fine settimana é diverso dal solito, non so da che cosa dipenda. Forse dal fatto che la casa é animata dalla nostra presenza, dopo il vuoto dei giorni lavorativi.

Prima di tornare sui libri taglio in rondelle una vecchia arancia, poi le stendo sulla carta da forno e le metto a seccare a 120 gradi, con un pezzettino di zenzero e una spolverata di cannella. Fuori dalla finestra intravvedo uno squarcio nel cielo, e pochi minuti dopo il sole illumina prepotentemente le pareti di casa, colorandole di arancio e d’oro. Infilo le scarpe del gigante e camminando goffamente vado a scattare una foto al cielo rosa. Non piove più. Rientro, apro il forno, capovolgo le rondelle.

Mi immergo nella storia longobarda e non mi rendo nemmeno conto del profumo che nel frattempo ha invaso la casa. Me ne accorgo solo quando, insospettita dal silenzio, apro la porta della stanza da letto e vedo il mio gigante buono profondamente addormentato. La camera é piú fresca rispetto al soggiorno. Vado a prendere una coperta e mi distendo accanto a lui per una decina di minuti, quel che basta perché il profumo arrivi fin lì. E anche se fuori non fa freddo, con gli occhi chiusi mi tornano in mente le stanze della casa in cui abitavo da piccola, illuminate dal tramonto e dalle luci della cittá, con il mare lontano mosso dal vento, oltre le grandi finestre, nel buio delle sere autunnali. Buffo come i dettagli siano così vividi, anche a distanza di tanti anni.

Adesso fuori é nero notte.

Tempo di tuffarsi nelle viscere della cittá, di tornare a farsi intontire dalle luci e dai rumori, dai tintinnìi dei bicchieri e dalle chiacchiere. É come vivere due vite, a volte, nei weekend.

Ordinario, stupendo.

Oggi grazie ad Ally sono incappata in un video meraviglioso.

Leggo che è stato montato per un video contest sulle peculiarità climatiche di questa piccola appendice dello stivale. E sarà anche così, ma questa sequenza di immagini a metà tra scienza e poesia mi ha emozionata allo stesso modo in cui mi emozionano tutti i piccoli dettagli ordinari che diamo per scontati, ma senza i quali ogni cosa apparirebbe stravolta.

E insomma ho pensato che sono sempre bellissimi i luoghi, visti attraverso gli occhi di chi li ama. Solo che mica sempre è facile spiegarli.

(Un po’ come le persone.)

Una sera di Settembre.

Nella notte tra martedì e mercoledì ho dormito due ore in tutto. Sono giornate piene di cose, di impegni, di pensieri. E così martedì sera non sono riuscita ad addormentarmi.

Alle due del mattino, sveglia come fosse mezzogiorno, mi son messa a studiare. E in effetti ha funzionato: verso le quattro lo studio delle pale d’altare settecentesche  mi ha causato un improvviso calo di palpebra, perciò mi sono ributtata a letto per le misere due ore che rimanevano e ho finalmente dormito.

Ieri paradossalmente ero sveglissima, deve essere l’adrenalina.

E così dopo l’ennesima giornata stracolma, anche se gli occhi mi pungevano per la stanchezza alle sei di sera sono montata in macchina e mi sono diretta verso Grado.

Grado è una cittadina d’estate, un paese d’inverno. In questa stagione di mezzo appena iniziata è un luogo sospeso a metà. Ho fatto due passi sul lungomare, il cielo era già rosa e le onde scure sapevano di freddo, sapevano d’autunno malgrado il sole in questi giorni sia ancora capace di scaldare parecchio.

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Sono stata assalita da un mucchio di ricordi sopiti da tempo. Le settimane con la nonna in un piccolo albergo che dava su una quieta stradina laterale, il profumo della rosticceria, il calore sfumato dell’ora di pranzo, quando dopo aver mangiato, nel fresco della stanza, mi abbandonavo al sonno profondo dei bambini. E ancora le passeggiate della sera, il sapore dei gelati ed i suoni della città giardino, tutta accesa per l’estate. Le gite invernali, in bicicletta sul lungomare con la sciarpa intorno al collo. O ancora le domeniche alla piscina termale, con i portachiavi morbidi e galleggianti che mi sembravano il gioco più bello del mondo. Dentro l’acqua, fuori dall’acqua, dentro l’acqua, fuori dall’acqua. L’odore di disinfettante, il caldo attraverso le vetrate e poi fuori il sole invernale che pizzicava sulla punta del naso, con gli aghi di pino ed i pinoli schiacciati sotto i piedi. La sagoma del Carso, al di là della laguna, e le lingue di terra allungate sul mare, all’orizzonte.

Ieri si respirava già l’autunno, la mia stagione preferita. Settembre, il mese in cui ancora ti concedi un tuffo, ma poi corri fuori dall’acqua alla ricerca di un asciugamano caldo in cui avvolgerti felice, rabbrividendo solo per le gocce che rotolano giù dalle gambe fino ad incassarsi nella sabbia umida.

Le stradine erano avvolte dal profumo leggero dei ristoranti di pesce, un odore di passaggio, non persistente come nelle serate estive. Qui e lì nelle piazzette, tra le case, tavolini illuminati e coppie anziane sedute con un bicchiere di vino, in attesa della cena. Una coppia giovane, lei bellissima e lui sorridente sulla propria sedia a rotelle, intenti a chiacchierare tra un boccone e l’altro. Il tintinnìo di bicchieri e posate via via più ovattato, nelle calli laterali deserte.

E poi il sole arancione, riflesso sulle pareti interne della basilica di Santa Eufemia, in cui sono entrata in silenzio per non disturbare la messa in corso. Fuori, sopra il campanile, mille storni in volo.

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Mi è presa una malinconia stupenda, un senso di gratitudine simile al colore dei tramonti sulla laguna.

Stanotte ho dormito benissimo.