12/4

(L’inizio e la fine di una parentesi a caso.)

Il tempo è circolare.

Rileggendo il mio diario ho scoperto che il 12 Aprile di un anno fa ero tornata a casa accarezzando un desiderio stupendo e spaventoso al tempo stesso. Hai presente quando desideri una cosa, ma è qualcosa che non conosci e quindi hai un po’ paura che accada? Ecco. Solo che la paura invece di respingerti ti attira.

Quest’anno il 12 Aprile l’ho passato con gli occhi asciutti e la sete fino alle cinque di sera. Quando mi sono svegliata, alle sei, la tensione accumulata in quest’anno era svanita, come in un sogno, e con lei sono evaporati anche tutti i dubbi degli ultimi mesi, le paure, gli interrogativi senza risposta.

È come se molte parentesi lasciate aperte in questi anni si fossero chiuse all’improvviso. A ripercorrerle ora, sembra quasi che abbiano un qualche senso nella formula assai più complessa della vita.

(Sai che cosa penso? Che se non ha un senso domani arriverà lo stesso.)

La somma delle nostre esistenze.

Qualche giorno fa sono stata in visita nella ridente cittadina di Gorizia. L’aggettivo ridente in realtà non calza, essendo Gorizia un centro abbastanza sonnacchioso, posto “ai  margini dell’impero” ed a cavallo di un confine piuttosto complicato.

A Gorizia ho trascorso molto tempo quando ero studentessa, ma non l’ho mai esplorata come avrei potuto (e dovuto, mi dico oggi). Attraversata dalle placide acque dell’Isonzo e circondata da splendidi colli, la città è verde e tranquilla, ornata di ville ottocentesche che suggeriscono anche al visitatore più impreparato un passato molto più scintillante del presente. Ma nonostante il torpore che spesso sembra avviluppare il centro città, Gorizia conserva un fascino tutto particolare, un’atmosfera sognante che forse per me è amplificata dai ricordi e che quindi mi pervade ogni volta che ci metto piede.

Gorizia da Borgo Castello

La mia ultima visita è stata per lavoro, ma con l’occasione ho potuto fare due passi e tornare a visitare il Castello ed il museo della Grande Guerra, che si trova all’interno del vecchio borgo. Il museo si sviluppa nei sotterranei di due antiche case cinquecentesche ed è meta di moltissime gite scolastiche, soprattutto in questi anni in cui più del solito – in occasione del Centenario del primo conflitto mondiale – si parla della Grande Guerra.

Ma perché scrivo tutto questo?

Un po’ perché mi piace raccontare i luoghi, questo è certo. Ma c’è anche un altro motivo.

Il Museo è ben fatto, secondo me. Non è che io sia una fan dei musei, in generale. Se penso a quanto mi sono annoiata in passato e quanto mal di schiena mi hanno procurato tutte le ore passate girovagando tra corridoi e teche, aguzzando la vista per leggere targhette esplicative scritte in caratteri minuscoli! Ma alcuni musei sono fatti bene, pur se fatti con poco, o semplicemente raccontano qualcosa che riusciamo a comprendere… e allora anche le teche, i cimeli, le targhette ed il mal di schiena hanno improvvisamente un senso.

L’altro giorno girovagavo per le nove sale, soffermandomi qui e lì sugli oggetti esposti e sulle note che li accompagnavano. L’intero museo si propone di raccontare la guerra dal punto di vista individuale, senza fare una distinzione di merito tra le opposte fazioni: protagonista è semplicemente l’uomo, ieri come oggi e come sempre intrappolato nei meccanismi impietosi di una Storia più grande di lui.

Una foto mi ha colpita in particolare, non saprei dire perché. Ritrae un soldato austro-ungarico senza vita, riverso sul filo spinato, in mezzo al nulla.

Foto - Museo della Grande Guerra Gorizia

Non è certo l’unica fotografia che ritrae la morte, ma questa mi ha messo addosso una tristezza infinita. Il cappotto è sudicio e sdrucito, le mani sono sporche e gonfie, provate dalla vita di trincea, l’elmetto è tutto rovinato e copre in parte il volto ancora giovane del soldato. Tutto in questo scatto suggerisce quanto la storia sia indifferente alla sofferenza di ognuno di noi, e quanto la storia ci sia indifferente nel momento in cui le passiamo accanto senza prestarle attenzione.

Lo so, è ovvio, non sto dicendo nulla di nuovo. Eppure non riesco a non chiedermi che risultato dà la somma delle nostre esistenze. Non è forse la storia? Certo che lo è. E la riconosciamo, quando ci siamo dentro?  Questo mi sono domandata guardando le mani di questo ragazzo, che probabilmente è morto giovanissimo per una causa che forse gli stava cuore o forse no, una causa il cui senso si sarà probabilmente consumato nella paura della vita in trincea, nella nervosa perdita e riconquista di pochi metri di terra, nel sudore tra i boati, nei brividi e nel sangue. E poi nel silenzio.

E in questo silenzio che cosa rimane dei ricordi d’infanzia, dei profumi e dei sapori, delle persone che ci sono care, di tutto quello che dava un senso alla vita? Che cosa rimane dei nostri sciocchi turbamenti, delle nostre risate, delle nostre effimere opinioni e delle nostre grandi paure? Qual è la somma delle nostre esistenze, l’insegnamento ultimo della storia, quando ci viene negato il domani? Che cosa rimane al mondo se non forse uno scatto impietoso, immobile e muto nell’avvicendarsi inesorabile di luce ed oscurità, di chiacchiericci e di silenzi, di turbamenti e risate, tra le sale linde di un museo?

Mi piace che questo piccolo museo di provincia provi ad offrire una risposta proprio nella forma dell’interrogativo che pone all’osservatore attento, restituendo dignità all’esistenza ed al percorso di ogni piccolo uomo, ad ogni “1” che compone le cifre spaventose che leggiamo nei libri di storia. Mi piace che questo scatto, fra i tanti, mi abbia spinta a chiedermi queste cose ed a rivalutare  quello che accade intorno a me. Che mi abbia portata, almeno per un po’, a sentire per davvero che cosa significa nascere “tutti uguali”.

Tutti i colori del mondo.

szandri colors

Oggi va così.

Ma potremmo usare tutti i colori del mondo, ché mi sembra nessuno si salvi in questa assurda spirale di delirio.

C’è che mentre lo schermo mi restituisce notizie tristi e preoccupanti, fuori dalla finestra il sole splende, il vento accarezza le foglie, gli uccellini cantano.

Si vede che gli uccellini e gli alberi, le nuvole ed i gatti non hanno Twitter, non hanno Facebook, non leggono i giornali e non pretendono di avere ragione.

La natura è indifferente al nostro affannarci, è indifferente al nostro odio ed ai nostri proclami, è indifferente agli abusi quotidiani che perpetriamo a danno di creature innocenti, senza alcuna distinzione di razza, colore o credo.

La natura continua e continuerà ad illuminare noi uomini piccoli con il suo sole, a bagnarci con la sua pioggia, a flagellarci con grandine e venti impetuosi, a spazzarci via quando lo vorrà, dall’oggi al domani, senza un perché. Ai tramonti di fuoco seguiranno notti stellate, e poi ancora giornate di nebbia, di luce, di acqua, di vento, colorate di tutte le sfumature del mondo. Moriranno le nostre piccole ragioni, i nostri affanni e le nostre paure, le nostre misere pretese e le nostre ottuse verità.

Tornerà il sole anche senza di noi.

Rimarrà in silenzio ciò che è sempre stato, ciò che noi uomini piccoli diamo scioccamente per scontato.