Love.

La primavera è diventata quasi estate nel corso di una notte, mentre danzavamo sulle note degli anni 50 e 60 sulla stessa terrazza sulla quale abbiamo trascorso tante estati da bambine.

Ho lasciato che mi colorassero le labbra di fucsia e mi raccogliessero i capelli in un’acconciatura d’epoca, simile a quelle che le mie nonne portano sorridenti nelle foto in bianco e nero che ho a casa. Mi sono guardata allo specchio e stranamente mi sono piaciuta, con quelle labbra colorate e gli occhi grandi per i bicchieri ed il mascara.

Sul mare si raccoglievano nuvole scure l’altra sera, le si vedeva bene dalla terrazza dell’Ausonia, ma verso terra il cielo era ancora libero e l’aria era calda, per la prima volta tiepida sulle braccia e tra i capelli.

Abbiamo ballato e riso; siamo tornate a notte fonda, e per un attimo sono rimasta in macchina davanti a casa, aspettando che uno scroscio di pioggia tardivo si sfogasse sulla città. Mi fermo spesso in auto per qualche minuto, una volta spento il motore, soprattutto se alla radio passa la canzone giusta. Malinconia notturna.

Al mattino il mondo aveva il colore intenso di Maggio, e per la prima volta sono uscita al sole senza indossare un maglione ed era tutto così bello: i fiori, le rondini in alto nel cielo, il mare blu in lontananza, gli uccellini canterini fuori dalla finestra, le cime verdi e tenere degli alberi.

Le confidenze di questi giorni mi stordiscono e al tempo stesso, anche se non so perché, accendono nel cuore una piccola scintilla: vedo che tutto si muove, si assesta, si sposta e perde l’equilibrio… in cerca di equilibrio. Eppure quando mi fermo un attimo in tutto questo movimento, talvolta doloroso, percepisco una scomposta armonia.

Ieri pomeriggio ero in città, per la prima volta dopo tanto tempo non ero di fretta. Mi sono fermata lungo il viale alberato che attraversa il centro e mi sono seduta a bere una blanche, da sola. C’era un’aria leggera, preludio d’estate. Mi sono goduta un quarto d’ora di silenzio interiore.

A volte il nostro percorso è difficile da capire, sempre che abbia un senso. Forse siamo noi che in qualche modo dobbiamo provare a darglielo: scegliere le inquadrature, il punto di vista, la musica… ed il modo di raccontare la storia.

12/4

(L’inizio e la fine di una parentesi a caso.)

Il tempo è circolare.

Rileggendo il mio diario ho scoperto che il 12 Aprile di un anno fa ero tornata a casa accarezzando un desiderio stupendo e spaventoso al tempo stesso. Hai presente quando desideri una cosa, ma è qualcosa che non conosci e quindi hai un po’ paura che accada? Ecco. Solo che la paura invece di respingerti ti attira.

Quest’anno il 12 Aprile l’ho passato con gli occhi asciutti e la sete fino alle cinque di sera. Quando mi sono svegliata, alle sei, la tensione accumulata in quest’anno era svanita, come in un sogno, e con lei sono evaporati anche tutti i dubbi degli ultimi mesi, le paure, gli interrogativi senza risposta.

È come se molte parentesi lasciate aperte in questi anni si fossero chiuse all’improvviso. A ripercorrerle ora, sembra quasi che abbiano un qualche senso nella formula assai più complessa della vita.

(Sai che cosa penso? Che se non ha un senso domani arriverà lo stesso.)

Marzo.

I primi giorni di Marzo sanno di pioggia e di sole. Mi ricordano – come sempre – le note tranquille di una canzone che mi piace tanto, sia nella versione che ho ascoltato oggi, sia nel duetto brioso di Elis Regina con Tom Jobim.

In alto nel cielo le nuvole si muovono pigre, scoprendo a tratti un sole già caldo.

szandri-fiori-di-marzo

La natura si sta risvegliando, l’altopiano è pieno di bucaneve, pallidi fiori di crocus e piccole primule gialle. Anche io mi sento un po’ così, intorpidita dal sonno invernale eppure protesa verso il sole, come le gemme sui rami sottili delle forsizie.

Tutto cambia, eppure queste piccole cose riescono a farmi credere che nulla cambi mai veramente, o per sempre.

Dedica.

La luce del mattino inondava la stanza.

Ricordo la grande finestra, il pavimento in legno chiaro, la stufa, il soffitto alto e bianco. Ricordo che eravamo distesi vicini, supini, e che tu tenevi le braccia raccolte sotto la testa. Guardavi il soffitto, mentre io guardavo te.

Ricordo che mi facesti una domanda a cui io risposi senza esitazione. D’altra parte, era così evidente. Sarebbe stato inutile mentire, e poi perché avrei dovuto?

Con gli occhi incollati al soffitto mi dicesti una frase che non ho mai dimenticato, chissà perché. Solo dopo anni l’ho ritrovata in una canzone, e così ogni volta che la ascolto ripenso a te e a quella luminosa mattina d’autunno.

You are a china shop and I am a bull.
You are really good food and I am full.

4.

It’s hard to give a shape to certain feelings. I struggle to find the right words in the attempt to define them, but every word I try doesn’t fit somehow.

Something happened, and what in the past would have made me suffer now makes me smile. It’s a strange, beautiful feeling, similar to the imperceptible sound of two  puzzle pieces which finally connect the right way. Far from eachother, yet part of the picture.

The past feels so far away, it almost belongs to someone else. Where is that young girl, so scared of what people could think of her? Where are those lonely nights spent listening to sad music or dancing til late? Those long silent walks in the middle of the city noise, chewing questions with no answer.. such as: does pure love even exist without suffering?

I have so many thoughts hidden inside, so many floating words, but no one would listen right now, and for once I guess it’s just ok.

I’m happy and a smile will do just fine.

3.

Sounds from the past.

It’s August and I am sitting on the grass, in Berlin. I am alone with my thoughts. I have a camera, but no one who takes pictures of me.

Memories come back in black and white, just like the pics I took back then.

Oranienburgerstraße is a long street and it takes me a long time to walk it all. My legs hurt. I am alone and you don’t know you are there with me, somewhere in the middle of that intricated net of busy streets.

I sit on a bench in a green park, there is no one around. I take a picture of myself, almost a reminder of the fact that I exist even if not a single soul is thinking of me. Or at least, so it seems.

Alexanderplatz is huge and full of people. I have seen this place before. How many times did you see these same things, walking out of the underground and looking up in the sky? You seem to inhabit this place even today, in spite of being far away, far far away in many ways.

How many thoughts do we hide to the world?  How many times do we live in someone else’s dreams?

About today.

Le giornate scivolano via quasi senza che io me ne accorga.

La sera mi raggomitolo nelle lenzuola e mi allungo a rubare il tuo calore. Non c’è momento più bello di quello in cui ti sento rispondere, spostandoti per aderire perfettamente al mio corpo gelido. C’è tutto l’amore del mondo in quell’abbraccio al contrario, perché io sono sempre fredda come il ghiaccio, ma tu non esiti un attimo a regalarmi il tuo tepore.

Le giornate scivolano via e con loro se ne vanno in silenzio anche tutti tuoi piccoli gesti d’amore, che a volte trascuro pensando che tanto c’è tempo. Domani mi alzerò prima, mi dico. Domani, domani. Domani mi farò bella, domani non mi arrabbierò per le solite piccolezze, domani terrò per me la mia stanchezza, lascerò che sia tu a mostrarmi la tua. C’è tempo.

Ma il tempo scivola via e non torna, sai. Scivola via portando con sé tutto quello che diamo per scontato.

L’unico tempo è adesso.