Ad ogni stagione mi innamoro.

Non avrei mai pensato che si potesse amare così profondamente un luogo.

Trieste è stupenda in queste prime settimane di estate. Oggi in pausa pranzo avevo un po’ di tempo e ho deciso di fare due passi vicino al mare.

Ho attraversato le due bretelle cittadine, rumorose e calde, zeppe di auto e motorini, e mi sono diretta lì dove l’asfalto si sfalda silenzioso al sole, verso il Porto Vecchio.

Sulla cima del magazzino numero 2 svetta ancora una stella arrugginita. L’ingresso è sbarrato da un cancello sul quale si arrampicano le erbacce. Lo sguardo vaga nell’immensità delle strade vuote del porto, dove una volta tutto era vivo e dove ora regna solo un pieno silenzio.

Il sole delle 13 picchia. Il rumore del traffico si sta affievolendo, lascia spazio allo sciabordio delle onde. A due passi dalle auto in sosta ozia Ursus, una gigantesca gru galleggiante in pensione; è ormeggiata a fianco dei magazzini vuoti e con la punta si spinge ardita oltre i cespugli, verso il cielo, dove garriscono i rondoni. Le onde rimbalzano sulla banchina e si incastrano nell’angusto spazio che la separa da Ursus e dai suoi possenti galleggianti. Sciàc, sciàc. 

Due enormi meduse bianche e viola fluttuano a due passi da me. L’aria sa di ruggine e sale. Saltello da un pezzo di ferro all’altro, senza toccare la pietra, come quando da bimba giocavo a portone.

Seguo il mare fino alla fine del molo, dove un signore pesca tranquillo. Mi guarda, lo guardo. Lui torna a pescare ed io lascio che lo sguardo vaghi nel blu luccicante che abbiamo di fronte.

Alla nostra sinistra svetta il profilo massiccio di una nave da crociera, ormeggiata di fronte alle rive eleganti di Trieste. A destra la distesa immensa del vecchio porto. L’aria è densa di rumori, eppure io percepisco solo uno splendido silenzio.

Non so dire esattamente che cosa riconosco di me, in questo luogo. Ho la sensazione che qui alberghi un “per sempre”.

szandri- porto vecchio trieste

I piedi nudi nei sandali, l’asfalto bollente. Le cime d’ormeggio che si consumano nell’acqua salata. La mano che si alza a proteggere gli occhi. Le rondini che giocano a rincorrersi volando alte, sopra i tetti. Il ferro sui cui brillano i cristalli di sale lasciati dal vento e dalle onde. I cespugli che crescono selvaggi negli edifici abbandonati. La sensazione fisica, quasi dolorosa, di una perenne attesa.

Qui il tempo si è fermato, per fortuna o purtroppo, e sotto la luce verticale del sole, che mette impietosamente a nudo tutto ciò che illumina, mi sembra di vedere l’anima di una città che non si è ancora venduta. Un angolo in cui riconoscersi.

Passeggiata mattutina.

Fuori è scuro, il cielo è gonfio di pioggia.

Il traffico si snoda come un esercito di lucciole sulle strade scivolose. Stranamente però tutto è abbastanza tranquillo e scorrevole, forse perché stamattina sono uscita prima del solito. Per una ritardataria cronica come me, la cosa ha dell’incredibile.

Parcheggio, prendo l’ombrello e mi dirigo verso l’ufficio. Ho un po’ di tempo; cammino veloce, ma non tanto da non riuscire a bearmi delle piccole vedute che si aprono di scorcio agli angoli delle strade.

La città è intorpidita dal sonno, sembra quasi stiracchiarsi pigra verso il mare.

Il teatro romano è ancora illuminato dai lampioni; la luce gialla delle lampadine contrasta fastidiosamente con il grigio plumbeo delle nuvole. Due gabbiani volano piano disegnando grandi cerchi nel cielo, tra le case arroccate sul lato del colle e le rovine.

Il Borgo Teresiano di fronte a me è un intreccio ordinato di strade. Ogni linea si allunga fino a toccare i bordi del ripido pendio che porta al Carso, sui fianchi del quale si arricciano i cumuli scuri portati dal vento. Ad ogni intersezione guardo a sinistra, verso il mare, dove le vie sembrano silenziosamente andare a morire.

Gli ornamenti natalizi ancorati a piani alti dei palazzi, residui grigi delle feste, ondeggiano piano. Mi fermerei per fotografare i mosaici di San Spiridione incorniciati in una stella spenta, ma comincia ad essere tardi ed allungo il passo.

Il cielo è più luminoso adesso, le nuvole si rincorrono alte e le guardo riflettersi distratte nell’acqua scura del canale di Ponterosso. Dopo giorni di freddo intenso, oggi l’aria è tiepida e satura di umidità; non ha neanche senso aprire l’ombrello perché non sta davvero piovendo, la città sembra essere sotto il tiro di un nebulizzatore.

Nonostante il grigiume, fuori da una piccola caffetteria siedono diverse persone. Si sente un chiacchiericcio vivace e passando colgo qualche parola, una risata. All’interno il locale è illuminato, la porta a vetri si apre e vedo qualcuno uscire reggendo un vassoio con due capi in B. Pian piano il centro si risveglia.

Mi specchio nella vetrina solo per constatare che i miei capelli si sono trasformati in un ammasso disordinato e crespo; per fortuna ho con me un elastico che mi restituirà un aspetto presentabile per il resto della giornata. Accelero.

Oggi incredibilmente arrivo puntuale.

Barcolana, cronaca di una giornata perfetta.

La 48° Barcolana si è conclusa ieri, tra le raffiche di vento autunnale ed il sole d’Ottobre, in un clima di festa che solo questa grande regata sa regalare. Come trovare le parole per descrivere l’emozione di un evento così speciale per la nostra stupenda città? (In questo splendido video Paolo Rumiz e Pablo Apiolazza in qualche modo ci riescono).

La sveglia suona alle 6.45. L’uomo si alza subito, io indugio un secondo di più sotto le coperte. Poi però mi tocca alzarmi. Fuori è ancora un po’ buio, si vedono le cime degli alberi agitarsi nel vento. Sono molto assonnata, ma devo preparare il thermos di caffè. Per l’esattezza, carico la moka cinque volte. Il thermos si chiude con uno sbuffo. Il profumo del caffè rimane sospeso in cucina, nel silenzio. L’uomo regge una tazza fumante in mano, mentre sul computer verifica l’andamento del vento, le previsioni, le istruzioni di gara. Lo osservo mentre scruta lo schermo e mi chiedo in quante case, oggi, aleggia lo stesso profumo del risveglio, misto alla sottile eccitazione di un giorno speciale che ha inizio.

Pian piano il cielo si rischiara. Tra le nuvole alte si intravede il cielo azzurro. Incrociamo le dita. Sentiamo una macchina parcheggiare in cortile. “Scappo, devo andare”mi dice. Un bacio, la cerata, lo zaino, una vela, il cibo. Gli stivali. “Il thermos!” gli ricordo. Il thermos. Guai senza caffè, sicuramente lo berranno seduti in pozzetto, con le brioches calde portate da qualcuno, prima di uscire in mare.

Io torno a letto. Solo mezzoretta, mi dico. In realtà ricarico la sveglia per ben due volte. Quando mi rialzo sono le nove, e tanto per cambiare sono in ritardo. Mi vesto in fretta e furia, metto un po’in ordine, prendo lo zaino, la giacca. Esco. Rientro, fa freddo. Infilo un maglioncino di lana, chiamo il centralino dei taxi. Due, tre minuti di attesa. “Go tutto rosso, tutto rosso. Xe casin, cossa la vol far?”. “Niente, vado in scooter, xe tardi, grazieciaoarrivederci“. Riattacco, esco, monto in sella, accendo, parto.

Giro l’angolo e davanti agli occhi mi si spalanca il Golfo, blu cobalto. A quanto pare sta prendendo forma un’insperata giornata di bora, nuvole e sole. Corro più di quanto dovrei, le strade sono inaspettatamente sgombre. Trovo subito parcheggio, corro fino all’Hotel Savoia. Mi specchio nel vetro di una macchinona parcheggiata fronte mare, tento di darmi una parvenza d’ordine, lego i capelli. Entro nella hall.

Un tripudio di giacche verdi, è il team di Ancilla Domini. Non vedo il grande Ben Ainslie, ma c’è tanta gente, tutti sorridono. Attendo i miei ospiti, bevo un altro caffè. Un capo deca in b, per essere precisi. C’è un’atmosfera speciale:una tensione bella, un’aspettativa carica. La Barcolana è una festa, mi dico, ma non solo. Ogni anno in questa occasione la città si raccoglie, come un’onda, e poi esplode in tutta la sua bellezza.

Arrivano. Montiamo su un’auto blu. Io di auto non capisco un bel niente, più tardi mi diranno “Ma era una Jaguar Land Rover Discovery! Com’era? Che roba!”.”Ah ma davvero?”- rispondo. Sinceramente l’unica cosa che noto è che l’autista, un collega dell’agenzia, è terrorizzato di poterla graffiare nel traffico delle rive di Trieste. E non ha tutti i torti, mi dico quando infiliamo Viale Miramare. “Don’t worry, it’s insured” – dice ridendo l’elegante signora che accompagniamo. Ah beh, allora.. e ridiamo anche noi.

Miramare è un tripudio di roccia bianca e mare blu, abbracciato da un parco verde smeraldo. Ci accoglie un colpo di cannone: partiti! Provo a sbirciare sull’app che cosa sta succedendo sulla linea di partenza, ma non riesco a trovare l’uomo e la sua ciurma. Su Trac Trac vedo solo un coloratissimo casino.

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Fuori dal castello si raccolgono anziani, adulti, bambini, cani. “So many sausage dogs!” ride la signora, indicando un bassotto scodinzolante. Il mare risplende, ci sono gabbiani, cormorani, vele. Un chiacchiericcio allegro di sottofondo.

Le sale del castello sono quasi vuote, sono tutti fuori. Passeggiamo tra gli ananas scolpiti nel legno, intessuti nella carta da parati blu, e tra i simboli asburgici nelle sale rosso e oro al primo piano. Ad ogni finestra uno spicchio di meraviglia: vele, nuvole e sole. Scatto qualche foto anche io. Per la Barcolana siamo tutti turisti, spiego, entusiasti esploratori di un’identità che va ben al di là della Coppa d’Autunno. Mi piacerebbe trattenere questo entusiasmo, intrappolarlo nelle maglie lasche della vita di ogni giorno.

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Al ritorno rimaniamo bloccati nel traffico. Siamo traffico. Scendiamo in corsa dall’auto, ci salutiamo nel bel mezzo di una Piazza in festa. Scoprirò solo più tardi che l’uomo e la sua ciurma in quel preciso momento stanno salutando la folla di fronte al Molo Audace, a vele piene. Otto nodi e mezzo, nel sole, con la gioia di essere arrivati al traguardo in poco più di un’ora. Al telefono mi dice “Sì, è andata bene! Bellissima!” e lo sento sorridere. (E guardatele anche voi, se potete, queste foto stupende).

Di nuovo monto in scooter, riparto. Salgo, salgo fino a trecento metri, dove il profumo del mare si spegne e lascia spazio al verde rigoglioso del Carso, ai muretti di pietra, allo scotano rosso. Sulla parete esterna di una casa carsica scaldata dal sole campeggiano due insegne scolorite: Fanta e Dreher. Un presente già vecchio, un passato sempre vivo. Gli avventori di sempre nelle stanze di sempre. Il tempo sembra trattenere il respiro in questa trattoria senza pretese, dove un gatto sonnecchia nel sole, acciambellato sulla finestra tra i ciclami rosa e le tendine ricamate. Il menu è sempre uguale, come il colore del grembiule blu della proprietaria, una donna dagli occhi vivi e trasparenti come quelli di mia nonna, che un po’ rivive in lei. “Sagini”, chiedo. Assaggini: gnocchi, rotolo di spinaci, pasticcio di radicchio. Vino rosso con acqua frizzante. Fagioli di casa e prosciutto crudo. Un dolce il cui sapore, da solo, potrebbe raccontare cinquecento anni di storia. (Penso anche al blog, in quel momento, e precisamente ad un post letto tanto tempo fa, altrove).

Faccio due passi veloci, una volta finito. L’aria è tiepida, ma si sta bene con la giacca addosso. Chiacchiero un po’, coccolo il mio cagnolone, poi è ora di andare. Il vento in faccia, le stradine strette, i ciclamini, i muretti a secco e le vigne al sole.

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Poi ecco il mare, di nuovo, dall’alto. È un’emozione che le parole non possono spiegare.

Scendo fino alla Baia di Sistiana. Tanta gente, tante vele, tanti occhi sorridenti dietro agli occhiali da sole. Sul pontile un gran vociare, si stappa un’altra bottiglia e tra le risate l’uomo finisce in mare, vestito di tutto punto. “Ma un asciugamano ce l’abbiamo?” chiede qualcuno. Lui ride e fa segno di no con la testa. Si asciuga come può con quello che trova, indossa vestiti asciutti ma manca un ricambio fondamentale (“Mudande no gavemo?”). E allora rimane con l’umido addosso fino a sera, ma intanto chissenefrega, si beve un altro calice e si brinda alla giornata perfetta, alla Bora regina del Golfo, agli amici, alla città in festa, ai sorrisi scambiati con i grandi della vela da una barca all’altra, a due passi da Piazza Unità, ubriachi di felicità, uniti dal mare, una volta tanto tutti insieme.

Alle 22.30 l’uomo crolla. Lo guardo sorridere nel sonno. Spengo la luce e ringrazio l’Universo per questa giornata a dir poco stupenda, davvero perfetta.