Grande gelo.. what?

Con il nuovo anno è arrivato anche il freddo. Contrariamente a molti, io sono contenta di dover indossare i guanti e la sciarpa, di avere le mani rovinate ed il naso rosso, di vedere il fiato caldo condensarsi in uno sbuffo al contatto con l’aria gelida.

Che poi insomma, “gelida”.. qui da noi si parla di pochi gradi sotto o sopra lo zero. E a dirla tutta, se escludiamo le atipiche nevicate a sud ed il freddo che disgraziatamente attanaglia le zone terremotate, ponendo uomini ed animali in un’oggettiva situazione di emergenza, si tratta semplicemente (e finalmente) di inverno. Una stagione fredda, scomoda, dura.. ma da sempre.

I titoli sensazionalistici dei giornali e le assurdità che leggo in questi giorni (ad esempio il “Vademecum per il grande freddo” pubblicato da La Repubblica, presumo ad uso e consumo di chi l’inverno lo vede solo attraverso il cellulare ed i filtri Instagram – cito: “Zero gradi. É la temperatura a cui inizia a formarsi il ghiaccio”; ma che davvero?!) mi hanno fatto venire in mente un video del 2012, precisamente un audio di Paolo Rumiz, che dall’Abruzzo ricoperto di “panna montata” ricordava gli inverni di trenta, quaranta, cinquanta anni fa, quando buona parte dell’Italia non aveva dimenticato di essere anche un paese di montagna e di dover gestire la stagione più fredda con razionale organizzazione ed una progettazione lungimirante. Meno chiacchiere, più fatti – verrebbe da dire – ché le parole da sole servono a poco.

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Pare quasi che i media (e lo Stato) ignorino la realtà quotidiana dei piccoli borghi incastonati negli Appennini e nelle Alpi, dove è tuttora necessario attrezzarsi autonomamente per far fronte alle avversità climatiche, con l’aggravante dell’inadeguatezza tecnologica e del sostanziale disinteresse del centro nei confronti della periferia,  una disattenzione che ai giorni nostri è davvero ingiustificabile. D’altra parte ricordo io stessa la nevicata che qualche anno fa aveva messo in ginocchio il Cadore; anche in quel caso, a leggere i giornali pareva che l’emergenza interessasse solo l’opulenta Cortina ed i suoi vip, alcuni dei quali per l’occasione avevano rilasciato commenti esilaranti. Ma Cortina è solo un grande nome che oscura tutto un territorio lasciato a se stesso, vittima – prima ancora che dei capricci meteorologici – dell’incuria che inevitabilmente si accompagna all’abbandono, al progressivo isolamento, alla marginalizzazione nella discussione politica. Paradossalmente, vittima anche del “progresso” (per fare un esempio stupido, quell’anno chi non aveva una stufa a legna aveva dovuto lasciare la propria casa).

Quest’anno quassù la neve ed il freddo non stanno (ancora) facendo danni. Il problema è un altro: la neve per ora ha imbiancato il sud Italia e non ha purtroppo risparmiato i paesi del centro, già in grave difficoltà a causa del sisma, ma ha evitato accuratamente (fatta eccezione per qualche sporadico fiocco) le nostre belle Alpi Giulie e Carniche, in cui la fanno da padrone i prati gialli, l’erba secca ed i cieli azzurri. Un bel guaio per albergatori ed operatori turistici, anche se le piste da sci sono imbiancate e fanno quasi impressione, così candide in mezzo alle inconsuete palette di giallo, verde e marrone che sfoggiano i monti tutt’intorno. D’altra parte – mi dico – dovremo abituarci.

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Io – fedele al mio proposito di guardare positivamente alla realtà – mi sono goduta gli ultimi giorni di ferie respirando aria buona (e fredda!) a zonzo tra boschi silenziosi e pendii deserti, pattinando sul ghiaccio (quello non manca) e leggendo accanto al fuoco.

Chissà che non serva ad attutire il colpo del rientro in ufficio, e soprattutto a calmare i miei tic nervosi alla lettura dei titoli dei giornali.